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Friday, February 09, 2018

Napoli.

Diego, tu che ne pensi?
Sala Ichos.
Napoli è una di quelle città delle quali non sai mai se apprezzi di più la bellezza degli scorci naturali che puoi trovarci; la straordinaria varietà di monumenti e opere artistiche di valore; la schiettezza, il sorriso, la simpatia e l’accoglienza dei suoi abitanti o la prelibatezza della sua cucina. Ammetto che, in tutta onestà, la competizione tra questi suoi aspetti rimane viva e difficile da risolvere, seppure la fame atavica degli attori, che in quanto tale ci perseguita da sempre, tenderebbe a far risaltare la vittoria della tavola imbandita. Forse per questo non vi parlerò del Cristo velato (anche perché sarebbe difficile una volta rimasto senza parole vedendolo), ma vi parlerò della pizza mangiata in via dei Tribunali (margherita), ma anche di quella mangiata da asporto a casa (salsiccia e friarielli), del caffè bevuto in un bar con i capelli di Maradona esposti in una teca, della sfogliatella gustata passeggiando nei dintorni di Santa Chiara, delle superbe torte salate mangiate da Rossella, dell’irripetibile pasta al ragù napoletano di Teresa, con tanto di secondo di carne e friarielli, della pasta al forno di Pippo e del vino che ha aiutato tutte queste cose a trovare la via dello stomaco. Vi parlerò anche di un posto che si chiama “Il ritrovo dei sapori”, di fronte alla stazione centrale, dove ho acquistato una mozzarella (da mezzo chilo) e una provola (da un chilo e mezzo) memorabili. Infine, per espiare, vi farò una confessione. Non avevo mai letto un libro di Erri De Luca. Mi ero ripromesso di leggerne uno, specie dopo le vicissitudini che l’autore ha dovuto subire, legate alla TAV. Se non ne sapete nulla cercatelo in google. Quale posto migliore di Napoli, per acquistare un libro di Erri De Luca? Ho dato un’occhiata veloce ai titoli e ho avuto pochi dubbi. “Il giorno prima della felicità”. Preso. Letto. Piaciuto. E resto fermamente convinto che l’autore si riferisce al giorno prima di tornare a Napoli. 
Sala Ichos.

Chiara, un pensiero sulla città?
Siamo tre giorni in tournée a Napoli. Siamo in scena con ESODO pentateuco #2 dagli amici di Sala Teatro Ichos, a San Giovanni a Teduccio. 
Mi pungola l'amara consapevolezza che non riuscirò ad assaggiare tutto quello che vorrei, ma la vita è così, se ne fugge via lasciandoti con l'acquolina in bocca. E poi so già che presto qui ci torneremo, il Progetto Pentateuco ha altri quattro titoli.
L'unica speranza che nutro, nel fondo del cuoricino, è di riuscire a carpire almeno uno dei segreti custoditi golosamente da questa città. La domanda è sempre la stessa, "come si fa?". Come si fa il caffé? Come si fa la pasta patate e provola? Come si fa la pizza? Come si fa la pastiera? Come si fa il ragù? Come si fa? Come si fa? Come si fa?
Beh. Una risposta ora ce l'ho.
Sala Ichos.
"Si scalda."
Si scalda la mozzarella.
Si scalda la provola.
Si scalda il tarallo.
Si scalda la sfogliatella.
Si scalda il casatiello.
E ora anche il mio cuoricino.

Margherita, tu che non c'eri, cosa vuoi dire?
#vedinapoliepomuori
E quindi, per evitare che si avveri, a Napoli non ci sono mai stata. Se non 35 minuti quella volta che andavo al matrimonio di Zio a Sorrento. Abbiamo fatto concentramento lì con tutti i parenti del nord e ci siamo spostati a Palma Campania in pullman proprio come la tifoseria di una squadra di calcio. Solo, con le chitarre, perché dovevamo fare la controserenata con Iannacci alla sposa.
Insomma, ci sono passata ma con gli occhi chiusi. Neanche il tempo di una sfogliatella!
E quindi ora perché dovrei desiderare di essere lì? Perché dovrei voler rischiare il tutto per tutto? 
Per il tarallo. 
Il tarallo napoletano con una birra fresca, questo è tutto ciò che desidero, ora lo so.
Sono due ore che li aspetto in stazione, devo aiutarli con lo scarico della scenografia a Manifattura K. Devo aspettarli, devo accompagnarli a Manifattura K. sfidando il traffico delle 18 in uscita da Milano, devo aiutare a scaricare e mettere tutto in magazzino. 
Solo allora potrò allungare una mano tremante e pretendere ciò che mi spetta.
Il tarallo.
Me l'hanno promesso.
Sarà mio.

Stefano, tu a Napoli sei "in prestito" (da Karakorum Teatro), hai un'ultima considerazione da fare?
Burp.

Wednesday, July 05, 2017

Genova.

di Chiara Boscaro

Bogliasco.
Lo ammetto. Io sottoscritta, consorella Chiara, sono visceralmente innamorata degli acquari. Grandi, piccoli, d'acqua dolce e salata, quasi pozzanghere o enormi tunnel trasparenti. Sarà colpa del periodo di servizio civile in un parco naturale pieno di laghetti, sarà che in casa ce n'è sempre stato uno, sarà che il blu è un colore che mi affascina, sarà che il corso di sub non è stato proprio un successone, ma all'Acquario di Genova stavolta ci volevo proprio andare. E invece no. Non si può. Una promessa è una promessa, sarà per la prossima volta.
Siamo a Genova per il 19° SUQ Festival, co-produttore e sede del debutto nazionale di DEUTERONOMIO pentateuco #5. Il tema, quest'anno, è "Il viaggio e la sosta" e l'ultimo monologo del progetto Pentateuco, dopo tre anni di studio matto e disperato, vedrà la luce su una delle terrazze del Museo Luzzati a Porta Siberia. All'arrivo il SUQ ci accoglie come un'oasi d'ombra in uno dei pomeriggi più caldi di sempre, tra spezie, cucine d'ogni angolo del mondo, tappeti e meravigliosi progetti, un'isola di colori tra il bianco del Porto Antico e il torpore dell'acqua.
Il Museo Luzzati.
Il SUQ è il posto giusto per chiudere (e rilanciare) il progetto Pentateuco. Genova è la città giusta, con i suoi vicoli, il suo viavai, le sue contraddizioni. Non sarà una fine, solo una sosta prima di continuare il nostro viaggio. Carla, Rosalba, Elisa, Marco, Alberto... tutta l'organizzazione del festival ci coccola. La sera mangiamo tra le bancarelle del SUQ, provando piatti da mezzo mondo: Messico, Senegal, India... Marco e Giovanni si concedono anche un piatto di Stroncatura Calabrese – si chiama davvero così – ma questa è un'altra storia.
Al festival ci sono anche i nostri amici del Teatro dei Borgia che presentano la loro Medea. Lo spettacolo si svolge su un furgone per 7 spettatori per volta. Tutti ci dicono che è bellissimo, ma noi  - come al solito – non abbiamo prenotato e non riusciamo a vederlo. Per fortuna lo spettacolo sta girando e ci sarà modo di intercettarlo in giro per l'Italia. Recuperiamo con una cena insieme parlando di teatro, di complanari, di controviali e della provincia di Barletta, Andria e Trani, detta anche BATPROVINCIA (questa è di Marco, si sappia che io mi dissocio).
Altarini.
A dormire siamo in un posto molto carino a due passi dal porto. The hostel – Abbey, si chiama. Frequentato perlopiù da backpackers impegnati in Grand Tour di ottocentesca memoria. Accogliente, economico, cucina attrezzata e staff molto gentile che ci consiglia la spiaggia più vicina dove passare un paio d'ore a mollo tra una replica e l'altra. Dove? A Bogliasco, 20 minuti di treno dalla stazione di Genova Principe. E la caletta merita,  anche se nel weekend deve trasformarsi in una vera bolgia infernale. Della città invece non facciamo in tempo a vedere molto, siamo troppo impegnati a recuperare pezzi di attrezzatura che puntualmente dimentichiamo in ostello. E pensare che è lo spettacolo scenicamente più semplice del progetto... 
Però, tra un passaggio e l'altro, riusciamo a stupirci davanti al Neptune, il galeone attraccato al porto. Nei precedenti passaggi genovesi l'abbiamo sempre snobbato un po', ma il confratello Giovanni ci rivela che è quello utilizzato nel film Pirati di Roman Polanski: rimane una carnevalata un po' kitsch, ma con una storia da raccontare... la nascita in Tunisia, le riprese del film, l'approdo trionfale al Festival di Cannes nell''86, il riciclo come set per una serie televisiva su Peter Pan e ora la pensione (e verniciatura) dorata...
E poi... poi c'è la focaccia. E il cous cous. E i pasticcini libanesi. E il mafé senegalese. E lo zenzero. E la birra. E la musica. E il teatro. E la sosta. E il viaggio che riprende.
A presto, SUQ Festival!

Wednesday, May 31, 2017

Di Mantova, sbrisolone, mostarde e tesine di maturità.

di Diego Runko

Ci sono città che uno si vergogna di non aver mai visitato. Specie se poi, una di queste città, si trova a meno di due ore di macchina dal vostro luogo di residenza degli ultimi anni. 
La sbrisolona.
Mantova è, senza dubbio, la regina di queste città. 
Qualunque cosa ne dica un nostro amico attore che ci vive, e che si lamenta del fatto che “a Mantova non accade mai nulla”. Può darsi. In ogni caso, anche se così fosse, credo che a Mantova non accada nulla perché già troppo vi è accaduto in passato. 
Arrivarci in macchina è spettacolare. Percorrete una striscia di terra in mezzo ai suoi laghi godendovi una vista unica della città. Consiglio spassionato, che hanno dato anche a noi, ma a poco è servito perché il navigatore ci ha fatto fare un’altra strada. Belli i tempi in cui si viaggiava con le mappe in mano.
Arriviamo all’Albergo di fronte alla Stazione in tempo utile per organizzarci e partire alla volta del Teatro Spazio Studio Sant’Orsola. Una volta arrivati veniamo accolti da volti sorridenti e da una sbrisolona a testa. È così che iniziano le grandi imprese.
Io rientro in albergo a dormire, reduce dalla trasferta istriana. Marco e Chiara rimangono a teatro a montare. Lo scrivo solo per evidenziare il mio spirito di sacrificio per la Confraternita e i confratelli.
La sera andiamo in scena. Allo spettacolo assistono anche una ventina di ragazzi delle superiori che fanno parte di un progetto di critica teatrale giovanile. Un tentativo concreto di formazione del pubblico. Una delle idee migliori che mi è capitato di vedere in giro per l’Italia negli ultimi anni. Ci facciamo una chiaccherata divertita e commovente con i ragazzi, a cuore aperto e mente ancora calda da quello che hanno appena visto. Adoro queste occasioni di contatto diretto con il pubblico.
Post spettacolo veniamo accompagnati al ristorante Giallo Zucca, uno di quei posti di cui ti innamori appena ci entri. Per il cibo. E per la gentilezza e la simpatia di proprietario e camerieri. Quando chiediamo altro vino ci portano da finire tre o quattro bottiglie di rosso. Insomma, l’idea che uno ha del Paradiso, giusto?
Il secondo giorno di permanenza, e replica, approfittiamo per andare a fare i turisti in giro per la città. Siccome il tempo a disposizione, come sempre, è quello che è, decidiamo di rimandare a un’altra volta la visita di Palazzo Te e ci incamminiamo verso il centro.
Proviamo a chiedere quanto ci vuole a visitare Palazzo Ducale, ma la risposta della bigliettaia ci scoraggia. A questo punto, quando ormai solo i tortelli di zucca e un buon bicchiere di rosso possono dare un senso al soggiorno mantovano, ci avventuriamo in una visita veloce al Palazzo della Ragione, che con i suoi orologi, ci apre un mondo parallelo e affascinante. 
Da lì ci dirigiamo al Teatro Bibiena, uno di quei gioielli dell’arte italiana che non si possono spiegare a parole, bisogna viverli. Basti dirvi che Mozart ci suonò a 14 anni. 
Il Teatro Bibiena.
Prima di tornare a teatro per la replica pomeridiana ci fermiamo a comprare la mostarda (rigorosamente di mandarini e rigorosamente super piccante) e a mangiare i tortelli. E a bere un bicchiere di rosso. Quando vi parlano di training attoriale sappiate che io è questo che intendo.
Se questo post del blog fosse un film a questo punto ci sarebbe una schermata nera con scritto: tre mesi dopo...
Una ragazza mi contatta su Facebook dicendo di aver fatto parte del gruppo di adolescenti che hanno visto ESODO pentateuco #2 a Mantova. Dice che, dopo aver visto lo spettacolo, è stata molto colpita dalla mia storia personale e che ha deciso di scrivere la propria tesina di maturità sul tema del confine. Mi chiede di scriverle un intervento da inserire nella tesina.
Ora, nonostante il tono ironico che ho tenuto spesso in questo post, vi assicuro che nelle prossime frasi sarò profondamente serio. Mi capita tante, tantissime volte, di chiedermi se il mio lavoro di autore e attore teatrale abbia un senso e se serva a qualcosa. Non trovo mai, davvero, una risposta a queste domande. Ma richieste come quella di questa ragazza mi danno conforto. E gioia. E per uno che nella vita di certo non salva vite umane, ma cerca di trasmettere agli altri delle emozioni e qualche spunto su cui riflettere, direi che può bastare. 

Wednesday, September 14, 2016

Compiti delle vacanze. Museo Cervi

di Diego Runko

Prologo 
Il 18 novembre 2015 al Teatro Verdi di Milano, in coproduzione con il Dramma Italiano di Fiume - Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc, debutta il secondo spettacolo del nostro Progetto PentateucoEsodo – che tratta dell’esodo degli italiani dall’Istria dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella sera tra il pubblico c’è anche Damiano Pignedoli, critico attento e curioso del nostro lavoro e amico ormai storico della Confraternita che, durante il solito post spettacolo gioviale, e soprattutto conviviale, tra la seconda e la terza birra ci dice: “Questo spettacolo dovete mandarlo al Cervi!”.

Prefazione
Il “Cervi” altro non è che il famoso Premio che, giunto ormai alla quindicesima edizione, assegna a diverse compagnie sostegni economici che, di questi tempi, come sappiamo, sono fondamentali. 
Il Premio si svolge presso il Museo Cervi, nel cortile della casa colonica abitata dai sette fratelli Cervi - Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore – fucilati il 28 dicembre 1943 dai fascisti.
Il Festival.
Se volete saperne di più, leggete il libro di Alcide Cervi: “I miei sette figli”, oppure quello di Adelmo Cervi: “Io che conosco il tuo cuore”, oppure vedetevi il film “I sette fratelli Cervi” di Gianni Puccini oppure ancora ascoltate la canzone “La pianura dei sette fratelli” dei Gang o “Sette fratelli” dei Mercanti di Liquore e Marco Paolini.

Capitolo Iniziale
Dopo una breve dissertazione di compagnia del tipo: “Lo mando io o lo mandi tu?”, tocca a me spedire il plico contenente il materiale del nostro spettacolo per candidarci al XV Festival Teatrale di Resistenza – Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria.
Da bando risulta che verranno selezionati 7 spettacoli per la rassegna.
Questi sette spettacoli verranno presentati tutti presso il Museo Cervi e una giuria di esperti premierà poi lo spettacolo vincitore.
Più di così, per ora, non possiamo fare.

Capitolo della prima chiamata
Siamo ormai a maggio. Io sto finendo di rendere la vita complicata a Giulia che si sta occupando dell’organizzazione del nostro matrimonio, da svolgersi a giugno, quando, una mattina, subito dopo essermi svegliato, ricevo una telefonata.
La responsabile del progetto per l’Istituto Cervi ci informa che siamo stati selezionati per la rassegna.
Faccio sette salti mortali metaforici di entusiasmo mentre sono al telefono e le rispondo che a breve le comunicheremo la data in cui siamo disponibili per lo spettacolo.
Chiamo Marco e Chiara per comunicargli quanto appreso, saltelliamo metaforicamente in preda all’entusiasmo per qualche minuto e poi scegliamo la data dello spettacolo: 14 luglio.
La presa della Bastiglia.
Che sia di buon auspicio.

Capitolo del 14 luglio
Io, Marco e Chiara carichiamo la macchina con la scenografia dello spettacolo e partiamo per Parma.
No, non abbiamo sbagliato strada.
A Parma ci raggiunge Giulia, consorella incinta al settimo mese nonché, ormai, mia moglie e partiamo per Gattatico, paese ove ha sede il Museo.
Arriviamo con agio, montiamo, parliamo e conosciamo gli organizzatori.
Abbiamo anche tempo di visitare il Museo. Bellissimo e commovente. Un pezzo di Storia, quella con la S maiuscola, che ti accoglie suscitando un’emozione unica.
La Pastasciutta Antifascista.
Mi permetto di consigliarvi il bellissimo filmato sui fratelli che si può vedere al primo piano della casa. Sia per il filmato, sia per la sala dove viene proiettato, sia per il modo in cui viene proiettato. Non ve lo dimenticherete.
21:15. 
Salgo sul palco e inizio a raccontare la storia di Rudi. Da Rudi.
Di quella sera ricordo la brezza mentre recito sul palco all’aperto, il sold out del pubblico che presto si trasforma in overbooking e vengono aggiunte delle sedie, le facce delle persone che piangono e ridono insieme a me, Rudi, Jakov, Winston, Don Zeljko e Gildo (i personaggi dello spettacolo), l’entusiasmo dei confratelli da sotto il palco e sul tavolo della regia (nel frattempo ci ha raggiunti anche il confratello Marco Pezza), la sensazione strana e unica che, seppure nella pancia della mamma, mia figlia stia assistendo per la prima volta a un mio spettacolo.
E ricordo l’applauso e il calore del pubblico alla fine.
Di quella sera ricordo anche un aneddoto. Prima dello spettacolo mi avvicina un signore e si presenta. E’ Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli. Adelmo mi chiede una sigaretta vedendo che ho un pacchetto in mano ma gli dico che mi servono per lo spettacolo. Subito dopo commenta la frase con cui inizia lo spettacolo tratta dall’Esodo biblico: “... a me non mi piacciono mica gli spettacoli sulla religione, ma rimango, tranquillo che rimango, io me li vedo tutti...”
Alla fine dello spettacolo Adelmo è la prima persona a corrermi incontro quando scendo dal palco. Appena lo vedo gli porgo la sigaretta. 
Più tardi mi regalerà il libro che ha scritto con un giornalista: “Io che conosco il tuo cuore”, con questa dedica: “Al Compagno Diego. Grazie per il tuo spettacolo a casa Cervi. Adelmo”.
Qualsiasi parola sarebbe di troppo. Sono felice.


Capitolo della seconda chiamata
E’ il giorno che segue l’andata in scena dell’ultimo spettacolo della rassegna. 
Oggi dovrebbero chiamare per comunicare chi ha vinto.
Ci chiamano.
Abbiamo vinto.

Capitolo della Pastasciutta Antifascista
Siamo seduti insieme a migliaia di persone sulla panche dietro a casa Cervi.
Siamo seduti a mangiare gnocco fritto, salumi, formaggi e a bere birra. 
La pastasciutta al ragù la servono dopo.
Beviamo birra.
Poco dopo ci invitano sul palco per annunciare, davanti a migliaia di persone, che abbiamo vinto il primo premio.
Damiano, Chiara, Marco, Diego.
E’ la nostra Woodstock. In un posto più importante, più bello e più emozionante di Woodstock.
Marco chiude il cerchio dal palco ringraziando Damiano per averci detto di partecipare.
E’ vero. 
L’importante è partecipare.
Ma anche vincere ha il suo fascino.

Capitolo finale
Non ci sarà. Noi alla Pastasciutta Antifascista ci torniamo. 
Un posto che ti ricorda i valori in cui credi vale molto di più di un premio.

Monday, August 29, 2016

Compiti delle vacanze. Barcellona

Ajuntament
Quello che dice Chiara:
Prima volta a Barcellona. Qualsiasi cosa accada, non devo dire “Yo no hablo español”. Qui devo dire “Yo no hablo castellano”. Che tanto parlano catalano e non capisco nulla di quello che dicono, ma almeno non si offendono. Però mi piace quando mettono l’articolo davanti ai nomi propri, mi fa sentire a casa. Dicono “La Chiara” proprio come mia nonna. Mi piace andare in spiaggia con la metropolitana, mi piacciono le persone in metropolitana con le infradito e l’ombrellone in spalla. Mi piacciono un po’ meno le file davanti a tutto ciò che abbia “Gaudì” nel nome. È una città in rapida trasformazione, che subisce il boom del turismo con il timore di rimanerne snaturata. È una città accogliente, lo dimostrano il Progetto Barcellona Città Rifugio e il patto di collaborazione tra la prima cittadina Ada Colau e i sindaci di Lampedusa e Lesbo per far fronte all’integrazione dei migranti. Siamo qui per questo, in residenza di studio in preparazione di NUMERI pentateuco #4. A darci un tetto (e molto di più) è la NAU IVANOW, una “fàbrica de creació”, una residenza per artisti che ospita e coproduce anche il Festival de dramatúrgia sobre la crisi PIIGS. Il 21 luglio a PIIGS debutta il nostro testo 07.09.2012, insieme ai lavori di altri tre autori europei. Ma tra una sessione di scrittura, una mostra sulle riviste degli esuli catalani in Sudamerica (alla Biblioteca Nacional de Catalunya, fornita di meraviglioso bar in giardino) e un giro di esplorazione a Raval, Marco riesce a condurmi in pellegrinaggio in tutti i bar, bettole, friggitorie della sua città preferita. 

Eccone una piccola selezione:
La Xampanyeria a Barcelloneta.
Un altro paio di bar/friggitorie di Barcelloneta.
La Paradeta al Born.
Can Eusebio.
Almeno altri tre posti a Poblesec.
Ancora La Xampanyeria (che fondamentalmente è un’esperienza mistica a base di panini mangiati in piedi innaffiati da bottiglie e bottiglie di champagne).

Quello che dice Marco:
È vero,  Barcellona è la mia città preferita.
Teatralmente e culturalmente molto vivace, accogliente e cosmopolita, antica e moderna allo stesso tempo. E poi c'è il mare.
07.09.2012 - La Ruta 40
Ogni volta che posso scappo a Barcellona. Questa volta sono qui per lavoro e la cosa mi piace moltissimo.
La Nau Ivanow è un posto magico e David, Nando, Eugenia e Roger sanno come farti sentire a casa. La residenza va molto bene, ci piace stare qui. E poi c'è il debutto catalano di 07.09.2012 per il festival PIIGS, inserito nel più grande Festival Grec che anima la città per tutto il mese di luglio. Insieme a noi altri tre autori e i loro testi: la finlandese Aino Kivi con Kari Grandi – My Brother the Hero, il bulgaro Yasen Vasilev con Ishmael e la greca Christina Kyriazidi con Les Muéts / The Mutes. Sul blog in genere ci limitiamo a parlare dei posti che vediamo tralasciando l'aspetto lavorativo, ma questa volta mi permetto di dire che è stato fantastico fare questo festival. Qualità dei testi molto alta, pubblico attento e attori capaci, il tutto accompagnato da fiumi di birra e un clima informale e disteso.  Il minimo è ringraziare chi ha organizzato il festival: Antonio Morcillo Lopez, Rosa Moliné Boixareu, Beatriz Liebe Masferrer, Bea Insa, Juan Zapata, Arnau Marin. E naturalmente ringraziamo Alberto Diaz e Laura Pujolàs della compagnia La Ruta 40, che hanno messo in scena il nostro testo, e Carles Fernàndez Giua, che l'ha tradotto. Spero di rivedervi presto, gente!
Torniamo alla città.
Per Chiara è la prima volta a Barcellona, quindi mi assumo la responsabilità di farle da guida turistica nelle pause. La porto nei miei posti preferiti: Barrio Gotico, Montjuic e – soprattutto – Parc Guell.
E qui abbiamo la prima brutta sorpresa: l'area monumentale di Parc Guell è diventata a pagamento (!) e con ingressi limitati. Non c'è modo di entrare... La guardiamo da fuori.
È solo l'inizio di una serie di piccole “delusioni”: la città è sempre stata meta di vacanze, ma rispetto a pochi anni fa l'aspetto turistico è diventato preponderante. Purtroppo.
Institut del Teatre
Ho trovato una città diversa, in qualche modo peggiorata. Alcuni abitanti con i quali parliamo ci dicono che ormai “Barcellona pensa solo ai soldi”.
Eppure, nonostante questo, io continuo ad amare follemente questa città: la sua gente, le sue strade sporche, la sua metropolitana, i suoi locali.
Per fortuna a Barcellona alcune cose non cambiano mai. Chiara ha già scritto della Xampanyeria, io mi limito a dirvi: “Andateci!”. A meno che non siate vegani, andateci.
Fate una passeggiata dal Padiglione Mies Van Der Rohe al Teatre Lliure, fermatevi a mangiare qualcosa in un bar di Poble Sec, visitate la Cattedrale senza dimenticarvi di passare a salutare le Oche nel chiostro.
Andate alla Boqueria la mattina presto, prima che arrivino i turisti, e la sera tardi concedetevi una ultima birra in Plaza Masadas. Ecco che Barcellona, nonostante i turisti, vi apparirà per quello che è: uno dei posti più belli del mondo.
Ah, un ultimo consiglio: non ordinate mai della Sangria. Fidatevi.

Sunday, March 27, 2016

Milano, quartiere Isola

di Chiara Boscaro
Sono due anni che giriamo l’Europa con i vari pezzetti del Progetto Pentateuco, e non ci siamo ancora presi il tempo per una passeggiata nel quartiere del teatro che ci ospita a Milano? 
La sala del Teatro Verdi.
Imperdonabile. Quindi eccoci qui. All’Isola. 
Quartiere popolare, che doveva diventare il quartiere della moda, e poi forse no. Che c’era il bosco di Gioia cantato dagli Elii, e poi non c’è più, ma c’è un bosco verticale, che poi in realtà sono due grattacieli. 
Le vie di accesso sono diverse (ora pure la Metro Lilla), ma la più suggestiva è il sottopasso di Via Pepe dalla stazione Garibaldi. L’Isola si chiama così, pare, perché quando hanno costruito la stazione Garibaldi il quartiere è rimasto isolato. E preservato. A vedere le case di ringhiera degli anni ’30 accanto ai nuovi palazzoni di Porta Nuova, la sensazione è quella. 
Il quartiere è vissuto e vivace, pieno di associazioni e librerie. C’è la Casa della Memoria, una ex-fonderia di campane che risale a Napoleone (Fonderia Napoleonica Eugenia), un museo della macchina da scrivere e il cinquecentesco chiostro di Santa Maria alla Fontana. Il mercato è il martedì e il sabato, e sa regalare sorprese a chi ha la pazienza di scavare tra le bancarelle di stock e abiti usati.
Santa Maria alla Fontana.
E i teatri? Sono quattro. Il Teatro Sala Fontana, Isolacasateatro, Zona K e poi c'è lui, il Teatro Verdi, che ospita tutto il Progetto Pentateuco. Sala del 1913, con stucchi e fregi liberty, pare che in origine ci suonasse l’ensemble da camera del Teatro alla Scala, mentre oggi la programmazione del Teatro del Buratto raccoglie perle del teatro ragazzi e del teatro di figura e animazione (Festival IF) e cose come il nostro LEVITICO pentateuco #3, che debutta venerdì (31 marzo-3 aprile). 
Ma veniamo alle cose importanti. Che si mangia all’Isola? A pranzo gli indirizzi sono due: il Vivà di via Borsieri, frequentato da ferrovieri e altri amanti della pasta e ceci, e L’Isola del Gusto in Via Jacopo dal Verme, ristorante gestito da cinesi che offre un menù italiano di pesce (freschissimo, il menù varia in base alla spesa del giorno). Per la sera - ma non solo - c’è l’Osteria dei Vecchi Sapori in via Borsieri. Il gelato è quello di Artico di Via Porro Lambertenghi (meraviglioso il pistacchio salato), e pullulano i locali per l’aperitivo e la notte. Segnaliamo il Frida, con un pergolato perfetto per le prime uscite primaverili, e Posto Unico (proprio accanto al Teatro Verdi). Per gli amanti della buona musica, imprescindibile è lo storico Blue Note. E ci sarebbero le gallerie d'arte, le botteghe artigiane...
Varrebbe la pena di farci un giretto, no?

Thursday, March 10, 2016

Svezia - un diario di bordo

Marco P. - LEVITICO pentateuco #3
“Andiamo in Svezia”
“A fare che?”
“Una residenza produttiva. Abbiamo un budget!!”
“Hai detto “budget”?!?!?!!?”
(seguono lacrime di commozione)
Un taxi. Un bus. Un aereo. Un treno che attraversa il mare. Un altro bus. Un bus ancora. Una macchina. (Nota a margine. Qui il biglietto si fa direttamente sui mezzi, e si paga SOLO col bancomat. Nella moneta più comoda. Con lo scontrino.)
Ci siamo.
Lì dove le cose si fanno perbene.
La Svezia.
(…)
Per il prossimo anno La Confraternita del Chianti ha deciso di concedersi il lusso di un progetto, un vero progetto, con addentellati, ricadute, premesse e tutti gli orpelli del caso. Ma prima di affrontarlo abbiamo bisogno di qualche dritta. Abbiamo in cantiere cinque monologhi diversi, con cinque attori diversi, a partire dai cinque diversi libri del Pentateuco. Vogliamo lavorare sulle migrazioni, partendo dal più famoso materiale  mai scritto sull’argomento, sentiamo il bisogno di capire i diversi aspetti di questo tema “di cronaca” che è profondamente complesso e rivendica il diritto ad essere affrontato con un approccio aperto alla complessità.
La prima cosa che decidiamo di fare per lavorare sulla migrazione e sullo statuto di straniero è affrontare una migrazione noi stessi. Come ci si sente, ad essere gli stranieri, per una volta?
E beh, a Gunnarp forse ci si sente anche troppo bene. Il posto è una ex-scuola in mezzo al nulla dei boschi, trasformata in casa di una compagnia, Teater Albatross, che lavora qui da 25 anni. Ci sono una quindicina di stanze da letto, le locandine dell’Odin Teatret, un museo, una sala prove, un teatro, gli idoli congolesi, la sauna e le scenografie dei vecchi spettacoli parcheggiate in giardino. La regina della casa, Ellinor, ci accoglie con senso di sfida: riuscirà a soddisfare i nostri appetiti culinari? Robert e tutti i collaboratori di Teater Albatross ci accolgono come una famiglia. Le ore di sole sono 20 al giorno. E fa quasi caldo.
(…)
Siamo qui a produrre LEVITICO, la terza tappa del Progetto Pentateuco (e che noi proviamo per prima… n.d.r. debutta il 31 Marzo 2016 a Milano, al Teatro Verdi). Lavoriamo sulle regole, sulla disciplina, e qui le regole sono ferree:
–       Se apri una finestra devi bloccarla con il ferretto, se no sbatte e si rompe.
–       Quando ti servi dalla ciotola comunitaria devi usare il cucchiaio comunitario e non il tuo (indovinate a chi l’hanno fatto notare…).
–       Il wc è in uno stanzino apposito molto bello, con quadri e tendine alla finestra. Il lavandino è pubblico, e in pubblico ci si lava.
–       In casa si sta scalzi.
–       Fuori casa si può andare dappertutto, anche nei campi recintati. L’unica proprietà inviolabile sono i giardini delle case, quelli con l’aggeggio automatico che ci pascola dentro e taglia l’erba ad altezza campo da golf.
–       Ai mondiali si tifano solo le squadre africane.
–       Quando uno starnutisce, non si dice “salute”. Non si dice proprio niente.
(…)
Questo posto mi mancherà.
Non so per quale ragione. Di sicuro per la gente, che ci ha accolto a braccia aperte. Per il lago. La sauna. Il silenzio durante il lavoro.
Ma devo ammettere che qui mi è successo qualcosa. La cultura positivista della quale parla Marco P. si è rivelata a me in tutta la sua fragilità. Saranno stati i boschi o l’avvicinarsi inesorabile del raduno sciamanico, non so.
Fatto sta che mi sono rivisto tutte le puntate di TWIN PEAKS.
Fuoco cammina con me.
(…)
Domani si va a Stoccolma. Abbiamo bisogno di una dose di città? Io non tanto, ma i miei compagni di viaggio avvertono l’esigenza di un bella birra fresca e la visita a un museo. Non posso biasimarli. Il troppo relax a volte è nocivo.
Una rospa o un rospo, non siamo sicuri della sua identità, viene a trovarci di sera, forse vuole un bacio ma nessuno di noi si arrischia a scoprire se si tratta di un principe o una principessa.
Grazie, arrivederci Tokalynga!
(…)
Stoccolma
Ora siamo a Stoccolma. Considerazioni accidentali:
ci sono meno mucche che a Tokalynga,
non si capisce dove è mare e dove è lago o fiume, ovunque facciamo il bagno l’acqua è dolce,
al supermercato l’alcolico più pesante fa 3,5 gradi,
non sappiamo come si chiamano gli abitanti di Stoccolma (Stoccolmiti? Stoccolmesi? Stoccolmani?), ma tanto sono tutti in vacanza e non c’è nessuno da offendere,
gli abitanti di Stoccolma che non sono in vacanza sono coppie giovani e bionde con almeno tre figli a carico,
al cambio della guardia, davanti al Palazzo Reale, la banda militare suona “O sole mio”,
il Dramaten, il loro equivalente del Piccolo Teatro, in questo momento ha in cartellone uno spettacolo che si intitola Carolus Rex, “a grandiloquent roadtrip about one of Sweden’s most legendary rulers. An epic historical biographical fantasy with elements of action film, rock opera, costume drama and warmongering”,
qui lo Stato è molto presente, le tasse sono alte, tutti le pagano felicemente e un teatro “piccolo” di Stoccolma riceve 21 milioni di euro di finanziamenti pubblici all’anno.
(…)

Si ringraziano ÊTRE associazione e CREATIVE CAST AWAY-WALKING ON THE MOON per il prestito.

Wednesday, February 17, 2016

ESPERANTO

di Chiara Boscaro
Esperanto non è il nome di una città esotica, ma di sicuro è un luogo dell’anima. È una lingua pianificata, creata a fine ‘800 dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. L’idea è geniale e nasce dalla necessità di far dialogare tutti i popoli del mondo, e di trovare una lingua comune che non privilegi nessuno. Ecco quindi la Internacia Lingvo, la lingua della pace e della fratellanza, una lingua seconda per tutti -  volutamente - e dalla grammatica semplice e priva di eccezioni. Oggi si parla Esperanto in 120 Paesi del mondo, la sezione di Wikipedia in Esperanto comprende 186 mila voci e se uno volesse approcciarvisi, basta dare un’occhiata al sito www.esperanto.it.
Esistono corsi gratuiti frontali e corsi online, e ogni anno si organizzano congressi nazionali e internazionali in cui è possibile assistere a incontri, spettacoli, letture… o semplicemente scambiare quattro chiacchiere. 
Qualcuno dice che l’Esperanto abbia fallito nel suo intento, soppiantato dall'Inglese, qualcuno dice che comunque è più parlato di certe lingue naturali particolarmente sfortunate, qualcuno dice che internet lo salverà (leggi qui).
GENESI pentateuco #1
Noi della Confraternita non siamo forse esperantisti diplomati, ma da un anno il nostro percorso è accompagnato da questa lingua geniale.  Lavorando a GENESI pentateuco #1, il primo capitolo del nostro progetto Pentateuco, ci siamo accorti che ci serviva una lingua che fosse altra per tutti, noi, il pubblico, la Consorella attrice Valeria Sara Costantin. E poi l’abbiamo trovata. Una lingua che potesse costituire un ostacolo ma non un nemico. Doveva essere la lingua di una metropoli, di una novella Babele, doveva essere una lingua condivisa tra gli abitanti di questa proteiforme città, ma totalmente ignota alla protagonista della nostra storia, una donna che molla tutto, terra d’origine, famiglia, passato, e sceglie il proprio posto in un mondo diverso, strano, che pare ostile ma forse non lo è, una terra senza odore che possa dare i natali alla creatura che porta in grembo.
La lingua di Babele doveva essere l’Esperanto.
A quel punto bastava impararlo, no?
Ecco.
Appunto.
Meno male che abbiamo trovato il Circolo Esperantista Milanese.
Senza di loro, oggi “GENESI pentateuco #1” non esisterebbe.
A proposito, mercoledì 17 febbraio e giovedì 18 febbraio (oggi e domani) potete vederlo allo Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro di via Orcagna 2 a Milano, in occasione del Premio Internazionale “Il Teatro Nudo” di Teresa Pomodoro. L’ingresso è gratuito, ma è obbligatorio prenotare (tel. 0245385085/0226688369, mail nohma@nohma.it).
A proposito ancora, se l’idea vi stuzzica e volete sentire masticare un altro po’ di Esperanto alla consorella Valeria, cercatela alla Fondazione Prada. Fino al 24 Aprile la trovate lì tutti i sabati e le domeniche alle 17, dentro  - ma proprio dentro - la mostra di Goshka Macuga, alle prese con le pietre miliari della cultura umana tradotte nella Internacia Lingvo.
Ĉu vi komprenas?

Saturday, November 14, 2015

Dramma Italiano di Fiume: un'intervista doppia.

1. "Ciao, come ti chiami? Cosa fai? Da dove vieni, anche artisticamente?
Leonora. Sono Leonora, Leonora Surian, sono mamma di Elena, con l'accento sulla seconda E, cantante, attrice, direttrice del Dramma Italiano.
Sono nata a Fiume in Croazia, ho vissuto diversi anni in Italia dove mi sono diplomata all'accademia Silvio D'amico. Ho fatto teatro, tv, musical, ho inciso dei CD musicali e scritto un libro di barzellette sulle bionde.
Giuseppe. Sono Giuseppe Nicodemo, nato a Teglio Veneto in provincia di Venezia, ma mentalità friulana, in Italia, Italiano vero, ma non suono la chitarra, diplomato alla Nico Pepe di Udine e ora attore e braccio destro della direttrice del Dramma Italiano di Fiume.

2. Cos’è il Dramma Italiano di Fiume? Cosa significa fare teatro in italiano in Croazia?
Leonora. Il Dramma Italiano di Fiume è la compagnia stabile di prosa di lingua italiana del Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc di Fiume, (Hrvatsko Narodno Kazalište Ivana pl. Zajca, Rijeka), di cui fanno parte anche il Dramma Croato, l'Opera e il Balletto. È un’istituzione dell’Unione Italiana, organizzazione che riunisce e rappresenta per il Ministero degli Affari Esteri Italiano le 53 Comunità Nazionali Italiane sparse in Croazia e Slovenia, TV e Radio Capodistria, la casa editrice EDIT, le numerose scuole dell'infanzia, medie e superiori di lingua italiana, le facoltà di Italianistica.
Il compito principale del Dramma Italiano di Fiume è quello di tenere viva la cultura e la lingua italiana in una realtà linguisticamente e culturalmente a grande maggioranza croata e slovena con spettacoli e incontri a Fiume, in Istria, in Italia e in importanti festivals europei.
Fondato nel 1946, il Dramma Italiano è una Compagnia stabile professionale, l'unica italiana al di fuori dei confini nazionali, e la prima Italiana (il Piccolo Teatro di Milano è stato fondato nel '47!) che attualmente conta 12 membri di cui nove attori, e mette in scena mediamente quattro première per stagione nel Teatro Ivan de Zajc, edificio in stile Liberty decorato da preziosi stucchi dorati e che conserva pure delle tele di Klimt, edificato nel 1893, quando Fiume apparteneva quale "corpus separatum" al Regno di Ungheria all'interno dell'Impero Austroungarico.
Giuseppe. Vedi sopra.

3. Come si inserisce il Dramma Italiano di Fiume nel Teatro Nazionale Croato Ivan De Zajc?
Leonora. Il Dramma Italiano è cofondatore e parte integrante del teatro. Collaboriamo benissimo con le altre sezioni, facendo spesso dei progetti insieme.
Giuseppe. Ogni tanto ci becchiamo per avere il palcoscenico per le prove, ma ci vogliamo bene, ci diciamo buongiorno (in italiano, croato, inglese, dialetto...) e beviamo diversi caffé e/o pelinkovac insieme.

4. Come funziona il sistema teatrale in Croazia? È diverso da quello italiano?
Leonora. Il teatro è nazionale e comunale, cioè i dipendenti del teatro (più di 300!) sono comunali ed i fondi per le produzioni arrivano dallo stato croato, nel nostro caso anche dalla Slovenia e soprattutto dall'Italia.
Giuseppe. È una struttura mastodontica, una fabbrica di spettacoli teatrali, balletti, opere etc etc...

5. Ci puoi dire qualcosa sul tuo prossimo progetto? E un sogno (artistico) nel cassetto?
Leonora. Un altro bambino.
Giuseppe. Sogno? Ogni giorno lo sto realizzando andando in ufficio del teatro o a prove.

6. Com’è lavorare in un posto con il mare?
Leonora. Secondo voi?
Giuseppe. C'è sempre pesce fresco, e costa poco... e i tramonti da favola, gratis.

7. Cos’è l’Istria? Cos’è la Comunità Italiana in Istria?
Leonora. L'Istria è una regione divisa tra Slovenia e Croazia, Fiume è in un'altra regione, croata, la Litoraneo Montana. A Fiume, ma soprattutto in Istria sono presenti ancora migliaia di Italiani autoctoni.
Giuseppe. Le comunità italiane sono 53 e presenti in tutta la Croazia e Slovenia (oltre che in Montenegro) e non solo in Istria, però in Istria, tipo Alto Adige ci sono le scritte ovunque bilingui.

8. Che lingue si parlano in Istria? Come comunicano le varie comunità?
Leonora. Croato, Sloveno, Italiano, dialetto istroveneto.
Giuseppe. Le varie comunità comunicano tra di loro con un organismo che le unisce, l'Unione Italiana appunto, un deputato al parlamento croato e sloveno per la minoranza italiana, e un referente per il Ministero degli Affari Esteri Italiano che è l'Università Popolare di Trieste, più o meno...

9. Chi emigra in Croazia? Chi emigra dalla Croazia? Che cosa dice in merito, la vostra legislazione?
Leonora. Fiume è una città multietnica, punto di incontro tra varie religioni e etnie.
La crisi però ha fatto e fa in modo che molti giovani croati emigrino in altri paesi europei per lavoro, paghe e qualità di vita migliori.
Giuseppe. Io sono un emigrato dall'Italia, con il trolley, niente valigie di cartone, per realizzare il mio sogno, fare l'attore. All'inizio è stata durissima con i permessi di soggiorno e lavoro, sono persino stato in carcere un giorno per degli intoppi burocratici, ma ora che siamo in Europa è tutto più semplice.

10. Che cosa pensi dell’Italia?
Leonora. È un posto che adoro, e non solo per lo shopping e le bellissime coproduzioni che facciamo.
Giuseppe. Mi manca, tanto, ma non so se potrei vivere e avere una paga mensile come attore ed essere rispettato per il mio lavoro senza sentirmi dire: "Che lavoro fai? L'attore? Ma no, intendevo il lavoro vero!".