Monday, August 29, 2016

Compiti delle vacanze. Barcellona

Ajuntament
Quello che dice Chiara:
Prima volta a Barcellona. Qualsiasi cosa accada, non devo dire “Yo no hablo español”. Qui devo dire “Yo no hablo castellano”. Che tanto parlano catalano e non capisco nulla di quello che dicono, ma almeno non si offendono. Però mi piace quando mettono l’articolo davanti ai nomi propri, mi fa sentire a casa. Dicono “La Chiara” proprio come mia nonna. Mi piace andare in spiaggia con la metropolitana, mi piacciono le persone in metropolitana con le infradito e l’ombrellone in spalla. Mi piacciono un po’ meno le file davanti a tutto ciò che abbia “Gaudì” nel nome. È una città in rapida trasformazione, che subisce il boom del turismo con il timore di rimanerne snaturata. È una città accogliente, lo dimostrano il Progetto Barcellona Città Rifugio e il patto di collaborazione tra la prima cittadina Ada Colau e i sindaci di Lampedusa e Lesbo per far fronte all’integrazione dei migranti. Siamo qui per questo, in residenza di studio in preparazione di NUMERI pentateuco #4. A darci un tetto (e molto di più) è la NAU IVANOW, una “fàbrica de creació”, una residenza per artisti che ospita e coproduce anche il Festival de dramatúrgia sobre la crisi PIIGS. Il 21 luglio a PIIGS debutta il nostro testo 07.09.2012, insieme ai lavori di altri tre autori europei. Ma tra una sessione di scrittura, una mostra sulle riviste degli esuli catalani in Sudamerica (alla Biblioteca Nacional de Catalunya, fornita di meraviglioso bar in giardino) e un giro di esplorazione a Raval, Marco riesce a condurmi in pellegrinaggio in tutti i bar, bettole, friggitorie della sua città preferita. 

Eccone una piccola selezione:
La Xampanyeria a Barcelloneta.
Un altro paio di bar/friggitorie di Barcelloneta.
La Paradeta al Born.
Can Eusebio.
Almeno altri tre posti a Poblesec.
Ancora La Xampanyeria (che fondamentalmente è un’esperienza mistica a base di panini mangiati in piedi innaffiati da bottiglie e bottiglie di champagne).

Quello che dice Marco:
È vero,  Barcellona è la mia città preferita.
Teatralmente e culturalmente molto vivace, accogliente e cosmopolita, antica e moderna allo stesso tempo. E poi c'è il mare.
07.09.2012 - La Ruta 40
Ogni volta che posso scappo a Barcellona. Questa volta sono qui per lavoro e la cosa mi piace moltissimo.
La Nau Ivanow è un posto magico e David, Nando, Eugenia e Roger sanno come farti sentire a casa. La residenza va molto bene, ci piace stare qui. E poi c'è il debutto catalano di 07.09.2012 per il festival PIIGS, inserito nel più grande Festival Grec che anima la città per tutto il mese di luglio. Insieme a noi altri tre autori e i loro testi: la finlandese Aino Kivi con Kari Grandi – My Brother the Hero, il bulgaro Yasen Vasilev con Ishmael e la greca Christina Kyriazidi con Les Muéts / The Mutes. Sul blog in genere ci limitiamo a parlare dei posti che vediamo tralasciando l'aspetto lavorativo, ma questa volta mi permetto di dire che è stato fantastico fare questo festival. Qualità dei testi molto alta, pubblico attento e attori capaci, il tutto accompagnato da fiumi di birra e un clima informale e disteso.  Il minimo è ringraziare chi ha organizzato il festival: Antonio Morcillo Lopez, Rosa Moliné Boixareu, Beatriz Liebe Masferrer, Bea Insa, Juan Zapata, Arnau Marin. E naturalmente ringraziamo Alberto Diaz e Laura Pujolàs della compagnia La Ruta 40, che hanno messo in scena il nostro testo, e Carles Fernàndez Giua, che l'ha tradotto. Spero di rivedervi presto, gente!
Torniamo alla città.
Per Chiara è la prima volta a Barcellona, quindi mi assumo la responsabilità di farle da guida turistica nelle pause. La porto nei miei posti preferiti: Barrio Gotico, Montjuic e – soprattutto – Parc Guell.
E qui abbiamo la prima brutta sorpresa: l'area monumentale di Parc Guell è diventata a pagamento (!) e con ingressi limitati. Non c'è modo di entrare... La guardiamo da fuori.
È solo l'inizio di una serie di piccole “delusioni”: la città è sempre stata meta di vacanze, ma rispetto a pochi anni fa l'aspetto turistico è diventato preponderante. Purtroppo.
Institut del Teatre
Ho trovato una città diversa, in qualche modo peggiorata. Alcuni abitanti con i quali parliamo ci dicono che ormai “Barcellona pensa solo ai soldi”.
Eppure, nonostante questo, io continuo ad amare follemente questa città: la sua gente, le sue strade sporche, la sua metropolitana, i suoi locali.
Per fortuna a Barcellona alcune cose non cambiano mai. Chiara ha già scritto della Xampanyeria, io mi limito a dirvi: “Andateci!”. A meno che non siate vegani, andateci.
Fate una passeggiata dal Padiglione Mies Van Der Rohe al Teatre Lliure, fermatevi a mangiare qualcosa in un bar di Poble Sec, visitate la Cattedrale senza dimenticarvi di passare a salutare le Oche nel chiostro.
Andate alla Boqueria la mattina presto, prima che arrivino i turisti, e la sera tardi concedetevi una ultima birra in Plaza Masadas. Ecco che Barcellona, nonostante i turisti, vi apparirà per quello che è: uno dei posti più belli del mondo.
Ah, un ultimo consiglio: non ordinate mai della Sangria. Fidatevi.

Thursday, May 05, 2016

Londra.

di Chiara Boscaro

Piove. C’è il sole. Si rannuvola. Sale il vento. Sale la nebbia. Pioviggina. Grandina. Piove col vento. Fa freddo. Almeno quindici gradi meno che a Milano. Ma ci siamo attrezzati, abbiamo tirato fuori sciarpa, cappotto e ombrello, ed eccoci qui. A Londra.
Marco a Draper Hall.
Abbiamo deciso di arrivarci in treno. Sono undici ore, con pausa per un croissant a Parigi. Volevamo vedere Calais, volevamo vedere il filo spinato, e il filo spinato c’è, chilometri di filo spinato. Ci controllano i documenti parecchie volte, pare di essere tornati ai tempi delle frontiere. E poi il tunnel finisce e ci troviamo a Londra. St. Pancras Station. Bellissima, gotica, accanto a un’altra stazione,  King’s Cross, accanto a un Mc Donald’s, a uno Starbucks (facciamo tre), a un ristorante turco e a un ristorante cinese… come tutto, a Londra. Orientarsi sarà più difficile del previsto.
Fa freddo, e sappiamo già che non avremo il tempo per fare tutto quello che vorremmo fare in questa città spropositata. Dobbiamo incontrare delle persone, la scusa è il lavoro. Dobbiamo visitare Draper Hall, un posto bello che sta diventando un polo culturale ed artistico per un quartiere cosmopolita e sfaccettato, e ci troviamo coinvolti nel primo barbecue della stagione, insieme ai bambini dell’Accademia di Cinema di cui si festeggiano gli elaborati finali. C’è anche il sindaco, ma non è proprio il sindaco, ed è vestita come le maschere del Teatro alla Scala. Ah, per la prima volta, c’è sole per un intero pomeriggio. Draper Hall e la Infallible London saranno nostri partner nella produzione di DEUTERONOMIO pentateuco #5, cosa che ci rende molto molto orgogliosi.
A Londra costa tutto troppo. Stanno gentrificando la città, dicono i Londoners, e in più per noi il cambio è nettamente sfavorevole. Costano i mezzi pubblici, ma arrivano dovunque a qualsiasi ora, e ci sono i bus rossi a due piani che sogniamo da quando eravamo bambini. Costa entrare nelle chiese, e la cosa ci infastidisce un po’, ma non costa nulla visitare i musei e ne approfittiamo: Tate Gallery, British Museum, Sir John Soane’s Museum, Hunterian Museum (per gli stomaci più solidi)…
Il bisnonno.
Una tappa di obbligato e religioso silenzio merita Highgate Cemetery e la tomba del bisnonno Karl Marx. Nota archivistica. Intorno al suo testone, è tutto un quartierino di oppositori politici, compagni, matrone socialiste e attivisti per i diritti civili. Ci chiediamo il perché, ma in fondo è un criterio come un altro. Come l’ordine alfabetico, o il tipo di lapide. Angeli in ginocchio da una parte, angeli in piedi dall’altra. Highgate è un racconto malinconico, con la sua casualità vittoriana e i suoi fiori testardamente spontanei. La zona est è ancora più selvaggia, ma è accessibile solo con una guida. C’è il rischio di perdersi.
Commettendo un madornale errore, proviamo a immergerci nella folla domenicale di Camden. Ma è un madornale errore, appunto. Si può mangiare cibo di strada di qualsiasi Paese, è vero, ma lo si può fare anche nel resto della città. Ristoranti indiani, kebabbari, pizzerie, greci, messicani, brasiliani, carni argentine, vegani, vegetariani, ortoressici, pasticcerie, caffetterie, diner, pare che qui si mangi e basta.
Chicche gustose ed economiche che ci hanno consigliato i Londoners:
Chiara e Stefania davanti a Wong Kei.
WONG KEI, a Wardour Street (Piccadilly Circus). Una specie di mensa cinese su tre piani. All’ingresso, il boss fa solo un gesto. Dito su, si mangia upstairs. Dito giù, downstairs. Attenzione, accettano solo contanti.
SUTTON and SONS (ce ne sono tre, noi abbiamo provato quello di Stoke Newington). Tre parole: FISH-AND-CHIPS.
A pochi passi, anche il CORNER + del Mostart Center, che ci ha regalato una colazione domenicale di uova e di coccole.
Ovviamente, siamo andati a teatro. A Londra ce ne sono a centinaia, da quelli enormi che fanno musical trentennali ai pub theatre. Al National Theatre, forse il più enorme, abbiamo visto “Les Blancs-The Whites”, mentre ci siamo persi quello che pare essere lo spettacolo della stagione, “People, places and things” al Wyndham’s Theatre.

E poi... 
E poi piove.

Sunday, March 27, 2016

Milano, quartiere Isola

di Chiara Boscaro
Sono due anni che giriamo l’Europa con i vari pezzetti del Progetto Pentateuco, e non ci siamo ancora presi il tempo per una passeggiata nel quartiere del teatro che ci ospita a Milano? 
La sala del Teatro Verdi.
Imperdonabile. Quindi eccoci qui. All’Isola. 
Quartiere popolare, che doveva diventare il quartiere della moda, e poi forse no. Che c’era il bosco di Gioia cantato dagli Elii, e poi non c’è più, ma c’è un bosco verticale, che poi in realtà sono due grattacieli. 
Le vie di accesso sono diverse (ora pure la Metro Lilla), ma la più suggestiva è il sottopasso di Via Pepe dalla stazione Garibaldi. L’Isola si chiama così, pare, perché quando hanno costruito la stazione Garibaldi il quartiere è rimasto isolato. E preservato. A vedere le case di ringhiera degli anni ’30 accanto ai nuovi palazzoni di Porta Nuova, la sensazione è quella. 
Il quartiere è vissuto e vivace, pieno di associazioni e librerie. C’è la Casa della Memoria, una ex-fonderia di campane che risale a Napoleone (Fonderia Napoleonica Eugenia), un museo della macchina da scrivere e il cinquecentesco chiostro di Santa Maria alla Fontana. Il mercato è il martedì e il sabato, e sa regalare sorprese a chi ha la pazienza di scavare tra le bancarelle di stock e abiti usati.
Santa Maria alla Fontana.
E i teatri? Sono quattro. Il Teatro Sala Fontana, Isolacasateatro, Zona K e poi c'è lui, il Teatro Verdi, che ospita tutto il Progetto Pentateuco. Sala del 1913, con stucchi e fregi liberty, pare che in origine ci suonasse l’ensemble da camera del Teatro alla Scala, mentre oggi la programmazione del Teatro del Buratto raccoglie perle del teatro ragazzi e del teatro di figura e animazione (Festival IF) e cose come il nostro LEVITICO pentateuco #3, che debutta venerdì (31 marzo-3 aprile). 
Ma veniamo alle cose importanti. Che si mangia all’Isola? A pranzo gli indirizzi sono due: il Vivà di via Borsieri, frequentato da ferrovieri e altri amanti della pasta e ceci, e L’Isola del Gusto in Via Jacopo dal Verme, ristorante gestito da cinesi che offre un menù italiano di pesce (freschissimo, il menù varia in base alla spesa del giorno). Per la sera - ma non solo - c’è l’Osteria dei Vecchi Sapori in via Borsieri. Il gelato è quello di Artico di Via Porro Lambertenghi (meraviglioso il pistacchio salato), e pullulano i locali per l’aperitivo e la notte. Segnaliamo il Frida, con un pergolato perfetto per le prime uscite primaverili, e Posto Unico (proprio accanto al Teatro Verdi). Per gli amanti della buona musica, imprescindibile è lo storico Blue Note. E ci sarebbero le gallerie d'arte, le botteghe artigiane...
Varrebbe la pena di farci un giretto, no?

Thursday, March 10, 2016

Svezia - un diario di bordo

Marco P. - LEVITICO pentateuco #3
“Andiamo in Svezia”
“A fare che?”
“Una residenza produttiva. Abbiamo un budget!!”
“Hai detto “budget”?!?!?!!?”
(seguono lacrime di commozione)
Un taxi. Un bus. Un aereo. Un treno che attraversa il mare. Un altro bus. Un bus ancora. Una macchina. (Nota a margine. Qui il biglietto si fa direttamente sui mezzi, e si paga SOLO col bancomat. Nella moneta più comoda. Con lo scontrino.)
Ci siamo.
Lì dove le cose si fanno perbene.
La Svezia.
(…)
Per il prossimo anno La Confraternita del Chianti ha deciso di concedersi il lusso di un progetto, un vero progetto, con addentellati, ricadute, premesse e tutti gli orpelli del caso. Ma prima di affrontarlo abbiamo bisogno di qualche dritta. Abbiamo in cantiere cinque monologhi diversi, con cinque attori diversi, a partire dai cinque diversi libri del Pentateuco. Vogliamo lavorare sulle migrazioni, partendo dal più famoso materiale  mai scritto sull’argomento, sentiamo il bisogno di capire i diversi aspetti di questo tema “di cronaca” che è profondamente complesso e rivendica il diritto ad essere affrontato con un approccio aperto alla complessità.
La prima cosa che decidiamo di fare per lavorare sulla migrazione e sullo statuto di straniero è affrontare una migrazione noi stessi. Come ci si sente, ad essere gli stranieri, per una volta?
E beh, a Gunnarp forse ci si sente anche troppo bene. Il posto è una ex-scuola in mezzo al nulla dei boschi, trasformata in casa di una compagnia, Teater Albatross, che lavora qui da 25 anni. Ci sono una quindicina di stanze da letto, le locandine dell’Odin Teatret, un museo, una sala prove, un teatro, gli idoli congolesi, la sauna e le scenografie dei vecchi spettacoli parcheggiate in giardino. La regina della casa, Ellinor, ci accoglie con senso di sfida: riuscirà a soddisfare i nostri appetiti culinari? Robert e tutti i collaboratori di Teater Albatross ci accolgono come una famiglia. Le ore di sole sono 20 al giorno. E fa quasi caldo.
(…)
Siamo qui a produrre LEVITICO, la terza tappa del Progetto Pentateuco (e che noi proviamo per prima… n.d.r. debutta il 31 Marzo 2016 a Milano, al Teatro Verdi). Lavoriamo sulle regole, sulla disciplina, e qui le regole sono ferree:
–       Se apri una finestra devi bloccarla con il ferretto, se no sbatte e si rompe.
–       Quando ti servi dalla ciotola comunitaria devi usare il cucchiaio comunitario e non il tuo (indovinate a chi l’hanno fatto notare…).
–       Il wc è in uno stanzino apposito molto bello, con quadri e tendine alla finestra. Il lavandino è pubblico, e in pubblico ci si lava.
–       In casa si sta scalzi.
–       Fuori casa si può andare dappertutto, anche nei campi recintati. L’unica proprietà inviolabile sono i giardini delle case, quelli con l’aggeggio automatico che ci pascola dentro e taglia l’erba ad altezza campo da golf.
–       Ai mondiali si tifano solo le squadre africane.
–       Quando uno starnutisce, non si dice “salute”. Non si dice proprio niente.
(…)
Questo posto mi mancherà.
Non so per quale ragione. Di sicuro per la gente, che ci ha accolto a braccia aperte. Per il lago. La sauna. Il silenzio durante il lavoro.
Ma devo ammettere che qui mi è successo qualcosa. La cultura positivista della quale parla Marco P. si è rivelata a me in tutta la sua fragilità. Saranno stati i boschi o l’avvicinarsi inesorabile del raduno sciamanico, non so.
Fatto sta che mi sono rivisto tutte le puntate di TWIN PEAKS.
Fuoco cammina con me.
(…)
Domani si va a Stoccolma. Abbiamo bisogno di una dose di città? Io non tanto, ma i miei compagni di viaggio avvertono l’esigenza di un bella birra fresca e la visita a un museo. Non posso biasimarli. Il troppo relax a volte è nocivo.
Una rospa o un rospo, non siamo sicuri della sua identità, viene a trovarci di sera, forse vuole un bacio ma nessuno di noi si arrischia a scoprire se si tratta di un principe o una principessa.
Grazie, arrivederci Tokalynga!
(…)
Stoccolma
Ora siamo a Stoccolma. Considerazioni accidentali:
ci sono meno mucche che a Tokalynga,
non si capisce dove è mare e dove è lago o fiume, ovunque facciamo il bagno l’acqua è dolce,
al supermercato l’alcolico più pesante fa 3,5 gradi,
non sappiamo come si chiamano gli abitanti di Stoccolma (Stoccolmiti? Stoccolmesi? Stoccolmani?), ma tanto sono tutti in vacanza e non c’è nessuno da offendere,
gli abitanti di Stoccolma che non sono in vacanza sono coppie giovani e bionde con almeno tre figli a carico,
al cambio della guardia, davanti al Palazzo Reale, la banda militare suona “O sole mio”,
il Dramaten, il loro equivalente del Piccolo Teatro, in questo momento ha in cartellone uno spettacolo che si intitola Carolus Rex, “a grandiloquent roadtrip about one of Sweden’s most legendary rulers. An epic historical biographical fantasy with elements of action film, rock opera, costume drama and warmongering”,
qui lo Stato è molto presente, le tasse sono alte, tutti le pagano felicemente e un teatro “piccolo” di Stoccolma riceve 21 milioni di euro di finanziamenti pubblici all’anno.
(…)

Si ringraziano ÊTRE associazione e CREATIVE CAST AWAY-WALKING ON THE MOON per il prestito.

Wednesday, February 17, 2016

ESPERANTO

di Chiara Boscaro
Esperanto non è il nome di una città esotica, ma di sicuro è un luogo dell’anima. È una lingua pianificata, creata a fine ‘800 dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. L’idea è geniale e nasce dalla necessità di far dialogare tutti i popoli del mondo, e di trovare una lingua comune che non privilegi nessuno. Ecco quindi la Internacia Lingvo, la lingua della pace e della fratellanza, una lingua seconda per tutti -  volutamente - e dalla grammatica semplice e priva di eccezioni. Oggi si parla Esperanto in 120 Paesi del mondo, la sezione di Wikipedia in Esperanto comprende 186 mila voci e se uno volesse approcciarvisi, basta dare un’occhiata al sito www.esperanto.it.
Esistono corsi gratuiti frontali e corsi online, e ogni anno si organizzano congressi nazionali e internazionali in cui è possibile assistere a incontri, spettacoli, letture… o semplicemente scambiare quattro chiacchiere. 
Qualcuno dice che l’Esperanto abbia fallito nel suo intento, soppiantato dall'Inglese, qualcuno dice che comunque è più parlato di certe lingue naturali particolarmente sfortunate, qualcuno dice che internet lo salverà (leggi qui).
GENESI pentateuco #1
Noi della Confraternita non siamo forse esperantisti diplomati, ma da un anno il nostro percorso è accompagnato da questa lingua geniale.  Lavorando a GENESI pentateuco #1, il primo capitolo del nostro progetto Pentateuco, ci siamo accorti che ci serviva una lingua che fosse altra per tutti, noi, il pubblico, la Consorella attrice Valeria Sara Costantin. E poi l’abbiamo trovata. Una lingua che potesse costituire un ostacolo ma non un nemico. Doveva essere la lingua di una metropoli, di una novella Babele, doveva essere una lingua condivisa tra gli abitanti di questa proteiforme città, ma totalmente ignota alla protagonista della nostra storia, una donna che molla tutto, terra d’origine, famiglia, passato, e sceglie il proprio posto in un mondo diverso, strano, che pare ostile ma forse non lo è, una terra senza odore che possa dare i natali alla creatura che porta in grembo.
La lingua di Babele doveva essere l’Esperanto.
A quel punto bastava impararlo, no?
Ecco.
Appunto.
Meno male che abbiamo trovato il Circolo Esperantista Milanese.
Senza di loro, oggi “GENESI pentateuco #1” non esisterebbe.
A proposito, mercoledì 17 febbraio e giovedì 18 febbraio (oggi e domani) potete vederlo allo Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro di via Orcagna 2 a Milano, in occasione del Premio Internazionale “Il Teatro Nudo” di Teresa Pomodoro. L’ingresso è gratuito, ma è obbligatorio prenotare (tel. 0245385085/0226688369, mail nohma@nohma.it).
A proposito ancora, se l’idea vi stuzzica e volete sentire masticare un altro po’ di Esperanto alla consorella Valeria, cercatela alla Fondazione Prada. Fino al 24 Aprile la trovate lì tutti i sabati e le domeniche alle 17, dentro  - ma proprio dentro - la mostra di Goshka Macuga, alle prese con le pietre miliari della cultura umana tradotte nella Internacia Lingvo.
Ĉu vi komprenas?

Thursday, December 31, 2015

Budapest


di Chiara Boscaro

Vabbè. A Budapest ci siamo stati a Novembre, ma stavano montando i mercatini di Natale e quindi tecnicamente siamo ancora nella stagione giusta.
A Budapest ci siamo andati per gli IETM (ne avevamo già parlato qui) e all’inizio eravamo un po’ tra il curioso e il timoroso. C’era l’articolo di Repubblica sui campi di addestramento militare per gli adolescenti, c’erano le immagini degli aspiranti rifugiati siriani nelle stazioni, in attesa di treni diretti chissà dove… e il board degli IETM che chiede di organizzare il meeting qui perché effettivamente qualche problema con la libertà di espressione comincia ad esserci… ma non è censura, no, semplicemente ti tagliano i fondi…
A Budapest arriviamo con qualche pregiudizio, ci aspettiamo delle cose, ma è una città totalmente inaspettata. Ha la metropolitana più antica dell’Europa continentale, il Governo ha fatto sparire gran parte delle vestigia sovietiche (raccolte ora in un Memento Park) e c’è pure un monumento spontaneo a Michael Jackson di fronte all’hotel dove alloggiava di solito quando passava di qua. È piena di barboni, ma di rifugiati nemmeno l’ombra. Ci dicono che dobbiamo cercare nei corridoi chiusi delle stazioni, ci dicono che il numero dei rifugiati entrati nell’ultimo anno è anche il numero degli ungheresi che hanno lasciato il Paese nell’ultimo anno. 
Le Gellert.
Gli spettacoli che vediamo sono belli, ma parlano tutti di democrazie in fin di vita e artisti in cerca di un ruolo (non perdetevi “Lúzer” di Árpád Schilling). I teatri sono splendidi (per esempio il Trafó, www.trafo.hu), i centri sociali sono puliti e pagano l’affitto, all’Università ci sono corsi gratuiti per rifugiati e c’è un centro dedicato all’arte contemporanea a bordo di una chiatta attraccata alle sponde del Danubio. Però i nazionalisti manifestano rumorosamente per le strade (in auto) scortati dalla polizia.
E tutti, ma proprio tutti, verso sera finiscono alle terme. Noi, da bravi turisti stranieri, ci godiamo le Gellert (www.gellertbath.com, le terme liberty che ogni guida sponsorizza) e le Szechenyi (szechenyispabaths.com, più spartane e con enormi vasche di acqua calda all’aperto sotto le stelle), ma solo a Budapest gli impianti sono decine. Eredità turca. Costano un terzo delle spa italiane e sono un vero e proprio rito per gli autoctoni. Alcune aprono all’alba, altre ospitano party il sabato notte, altre hanno giorni di apertura diversificati per maschi e femmine. 
E il cibo?
Le Szechenyi
Vi consigliamo Frici Papa Kifőzdéje, in Király u. 55 (www.fricipapa.hu), ristorante ungherese popolare dai prezzi veramente competitivi. Hanno il menù in varie lingue, hanno il goulash, e vi stupirà scoprire che uno dei piatti tipici si chiama „rizibizi” (e sì, si tratta proprio dei nostri „risi e bisi”).
Anche il quartiere ebraico vale una puntata, e, nei dintorni, tutta la zona dedicata ai locali notturni.
E poi Buda. E poi i ponti. E poi il Danubio. E poi il Parlamento in stile neogotico (da cui non sventola la bandiera europea, ma quella della minoranza ungherese in Romania). E poi i palazzi in stile Liberty. E poi uno dei pochi resti sovietici, un monumento, proprio di fronte all’ambasciata americana.
E con le contraddizioni si potrebbe andare avanti.

Saturday, November 14, 2015

Dramma Italiano di Fiume: un'intervista doppia.

1. "Ciao, come ti chiami? Cosa fai? Da dove vieni, anche artisticamente?
Leonora. Sono Leonora, Leonora Surian, sono mamma di Elena, con l'accento sulla seconda E, cantante, attrice, direttrice del Dramma Italiano.
Sono nata a Fiume in Croazia, ho vissuto diversi anni in Italia dove mi sono diplomata all'accademia Silvio D'amico. Ho fatto teatro, tv, musical, ho inciso dei CD musicali e scritto un libro di barzellette sulle bionde.
Giuseppe. Sono Giuseppe Nicodemo, nato a Teglio Veneto in provincia di Venezia, ma mentalità friulana, in Italia, Italiano vero, ma non suono la chitarra, diplomato alla Nico Pepe di Udine e ora attore e braccio destro della direttrice del Dramma Italiano di Fiume.

2. Cos’è il Dramma Italiano di Fiume? Cosa significa fare teatro in italiano in Croazia?
Leonora. Il Dramma Italiano di Fiume è la compagnia stabile di prosa di lingua italiana del Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc di Fiume, (Hrvatsko Narodno Kazalište Ivana pl. Zajca, Rijeka), di cui fanno parte anche il Dramma Croato, l'Opera e il Balletto. È un’istituzione dell’Unione Italiana, organizzazione che riunisce e rappresenta per il Ministero degli Affari Esteri Italiano le 53 Comunità Nazionali Italiane sparse in Croazia e Slovenia, TV e Radio Capodistria, la casa editrice EDIT, le numerose scuole dell'infanzia, medie e superiori di lingua italiana, le facoltà di Italianistica.
Il compito principale del Dramma Italiano di Fiume è quello di tenere viva la cultura e la lingua italiana in una realtà linguisticamente e culturalmente a grande maggioranza croata e slovena con spettacoli e incontri a Fiume, in Istria, in Italia e in importanti festivals europei.
Fondato nel 1946, il Dramma Italiano è una Compagnia stabile professionale, l'unica italiana al di fuori dei confini nazionali, e la prima Italiana (il Piccolo Teatro di Milano è stato fondato nel '47!) che attualmente conta 12 membri di cui nove attori, e mette in scena mediamente quattro première per stagione nel Teatro Ivan de Zajc, edificio in stile Liberty decorato da preziosi stucchi dorati e che conserva pure delle tele di Klimt, edificato nel 1893, quando Fiume apparteneva quale "corpus separatum" al Regno di Ungheria all'interno dell'Impero Austroungarico.
Giuseppe. Vedi sopra.

3. Come si inserisce il Dramma Italiano di Fiume nel Teatro Nazionale Croato Ivan De Zajc?
Leonora. Il Dramma Italiano è cofondatore e parte integrante del teatro. Collaboriamo benissimo con le altre sezioni, facendo spesso dei progetti insieme.
Giuseppe. Ogni tanto ci becchiamo per avere il palcoscenico per le prove, ma ci vogliamo bene, ci diciamo buongiorno (in italiano, croato, inglese, dialetto...) e beviamo diversi caffé e/o pelinkovac insieme.

4. Come funziona il sistema teatrale in Croazia? È diverso da quello italiano?
Leonora. Il teatro è nazionale e comunale, cioè i dipendenti del teatro (più di 300!) sono comunali ed i fondi per le produzioni arrivano dallo stato croato, nel nostro caso anche dalla Slovenia e soprattutto dall'Italia.
Giuseppe. È una struttura mastodontica, una fabbrica di spettacoli teatrali, balletti, opere etc etc...

5. Ci puoi dire qualcosa sul tuo prossimo progetto? E un sogno (artistico) nel cassetto?
Leonora. Un altro bambino.
Giuseppe. Sogno? Ogni giorno lo sto realizzando andando in ufficio del teatro o a prove.

6. Com’è lavorare in un posto con il mare?
Leonora. Secondo voi?
Giuseppe. C'è sempre pesce fresco, e costa poco... e i tramonti da favola, gratis.

7. Cos’è l’Istria? Cos’è la Comunità Italiana in Istria?
Leonora. L'Istria è una regione divisa tra Slovenia e Croazia, Fiume è in un'altra regione, croata, la Litoraneo Montana. A Fiume, ma soprattutto in Istria sono presenti ancora migliaia di Italiani autoctoni.
Giuseppe. Le comunità italiane sono 53 e presenti in tutta la Croazia e Slovenia (oltre che in Montenegro) e non solo in Istria, però in Istria, tipo Alto Adige ci sono le scritte ovunque bilingui.

8. Che lingue si parlano in Istria? Come comunicano le varie comunità?
Leonora. Croato, Sloveno, Italiano, dialetto istroveneto.
Giuseppe. Le varie comunità comunicano tra di loro con un organismo che le unisce, l'Unione Italiana appunto, un deputato al parlamento croato e sloveno per la minoranza italiana, e un referente per il Ministero degli Affari Esteri Italiano che è l'Università Popolare di Trieste, più o meno...

9. Chi emigra in Croazia? Chi emigra dalla Croazia? Che cosa dice in merito, la vostra legislazione?
Leonora. Fiume è una città multietnica, punto di incontro tra varie religioni e etnie.
La crisi però ha fatto e fa in modo che molti giovani croati emigrino in altri paesi europei per lavoro, paghe e qualità di vita migliori.
Giuseppe. Io sono un emigrato dall'Italia, con il trolley, niente valigie di cartone, per realizzare il mio sogno, fare l'attore. All'inizio è stata durissima con i permessi di soggiorno e lavoro, sono persino stato in carcere un giorno per degli intoppi burocratici, ma ora che siamo in Europa è tutto più semplice.

10. Che cosa pensi dell’Italia?
Leonora. È un posto che adoro, e non solo per lo shopping e le bellissime coproduzioni che facciamo.
Giuseppe. Mi manca, tanto, ma non so se potrei vivere e avere una paga mensile come attore ed essere rispettato per il mio lavoro senza sentirmi dire: "Che lavoro fai? L'attore? Ma no, intendevo il lavoro vero!".

Tuesday, November 03, 2015

SON NATO DRIO LA RENA

di Diego Runko

La città di Pola, in Istria, sorge su sette colli.
Io sono cresciuto sul colle di Castagner, che si trova alle spalle dell’Arena. Lo hanno chiamato così perché in passato il colle era ricoperto di castagni. Una volta questo era un criterio fondamentale per stabilire la toponomastica. La stessa cosa è avvenuta anche per uno dei simboli di Pola, Scoglio Olivi, il cantiere navale, che oggi si chiama Uljanik.
L'Arena di Pola
Una cosa che forse avete notato è che ho scritto "sono cresciuto" e non "sono nato". Infatti, il destino ha voluto che nascessi a Lubiana, altra città bellissima e capitale attuale della Slovenia, dove ho trascorso i primi mesi di vita (mia mamma è slovena). Nella mia storia familiare si intrecciano tre nazioni, Italia, Croazia e Slovenia. Quando sono nato, in realtà, le ultime due erano una sola, la Jugoslavia. Detto questo, se c’è una città al mondo alla quale sicuramente mi sento di appartenere è Pola. Per usare un paragone fuori luogo, sono di Pola esattamente come Gesù era di Nazareth, pur essendo nato a Betlemme. I paragoni fuori luogo li ho sempre trovati bellissimi.
Ho vissuto a Pola fino all’inizio del nuovo Millennio. Poi mi sono trasferito a Milano.
A Pola ho frequentato prima l’asilo, poi le elementari Giuseppina Martinuzzi e infine il liceo Dante Alighieri. Tutte queste scuole le ho frequentate in lingua italiana, facendo parte della minoranza italiana, il che significa che tutte le materie erano in italiano tranne una, lingua croata. Il che, per ulteriore precisione, significa che sono bilingue.
Tutte questo per dirvi che i primi anni all’Università, a Milano, era davvero divertente per me vedere tutti stupirsi del fatto che parlassi perfettamente l’italiano.
Se avete letto con attenzione il mio percorso scolastico vi sarete sicuramente accorti che non comprende la scuola media.
Lo so cosa state pensando.
No. In Croazia non si viene promossi direttamente dalle elementari al liceo.
Il fatto è che in Croazia le elementari durano otto anni. Comprendono cioè elementari e medie.
L'Arco dei Sergi
Questo però è un post su Pola e vorrei richiamare me stesso ad attenermi al tema. Pola ha attualmente sessantamila abitanti ed è il capoluogo morale dell’Istria. Spero che se qualcuno di Pisino, capoluogo amministrativo, dovesse leggere questo post, non se la prenda più di tanto. E’ un dato di fatto. (Ed è altresì dato di fatto che i campanilismi sono il sale della terra, anche in Istria).
Se vi dovesse capitare di visitare Pola, nel malaugurato caso che, inspiegabilmente, non lo aveste ancora fatto, avrete modo di trovarvi molti monumenti romani. Prima di tutto l’Arena, l’anfiteatro romano più bello del mondo, senza ombra di dubbio. Poi il Tempio di Augusto, l’Arco dei Sergi (antica famiglia patrizia polesana), Porta Ercole (oggi ingresso del Circolo, luogo di ritrovo di tutti gli appartenenti alla minoranza italiana), Porta Gemina (oggi ingresso del Museo archeologico dell’Istria), il Foro romano, un piccolo teatro romano.  Poi vorrei segnalarvi anche il Castello, una fortezza veneziana che sovrasta le abitazioni. Potrei continuare ad elencare altro, naturalmente, ma per mia e vostra fortuna esiste Wikipedia.
Quello che su Wikipedia sicuramente non troverete è l’estasi provata nell’osservare un tramonto sul Lungomare, la serenità nel godersi una serata da soli nell’Arena (dopo aver scavalcato abusivamente i cancelli), la sorpresa nel poter andare all’avventura e fare un safari a Capo Promontore (Kamenjak), la gioia nel gustarsi una birra al Rock Caffè giocando a biliardo o ascoltando le canzoni di qualche talento locale, la felicità allo stato puro dopo una corsa nel bosco di Siana, il divertimento di una briscola al mare con gli amici parlando in dialetto, il sapore di una pizza alla pizzeria Jupiter (dove ordino sempre due birre appena arrivato perché dopo portata la pizza i camerieri vengono risucchiati in un’altra dimensione ed è impossibile richiamarli), il sapore del pesce e dei calamari in un ristorante di Stoia, il sapore dei čevapčići o di un burek (a questo proposito vi segnalo una battuta bellissima letta tempo fa: “non puoi accontentare tutti, non sei un burek”).
ESODO pentateuco #2

Sezione curiosità. Molti anni fa anche Dante dedicò dei versi a Pola, inseriti nel canto IX dell’Inferno, nella Divina Commedia: “… sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì come a Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna…”.
Il titolo di questo post è tratto da una canzone popolare istriana “Vedendo te mia Rena” e il verso finale è questo: “Son nato drio la Rena e là voio morir.”

Per concludere vorrei segnalarvi un’emozione che potete ancora provare. Assistere al nostro spettacolo “ESODO pentateuco #2” seduti comodamente su una delle poltrone del bellissimo Teatro popolare istriano di Pola, a febbraio 2016.

Friday, October 09, 2015

Istria

A cavallo del confine orientale. Così ci siamo detti.
Prima Guerra, Seconda Guerra, Roma, Bisanzio, gli Asburgo, tutto.
Abbiamo un unico paletto, la riunione al Teatro Nazionale Croato di Fiume il 31 Agosto.
Ma chi è questo “noi” narrante?
Chiara Boscaro e Marco Di Stefano. E anche un pezzetto di Diego Runko. 
Grado.
La squadra di “ESODO pentateuco #2”.
Obiettivo: vacanza studio in Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Istria.
Diciamola tutta, inizialmente si parlava di “Tutta la Croazia in macchina, giù giù fino a Dubrovnik e ritorno”. Poi abbiamo aperto la cartina, tutta giù giù fino in fondo, e ci abbiamo ripensato. L’Istria era anche in tema. “Il nostro prossimo spettacolo parla di Istria, e non ci siamo neanche mai stati?! Non è possibile. Dobbiamo vedere l’arena di Pola. E la casa dove è cresciuto Diego a Castagner. E Pisino. E Parenzo della canzone della Mula di Parenzo”.
Carichiamo sulla Chiantimobile la prima tenda, la seconda tenda, la borsa frigo e il fornello (ricomprato in extremis perché non trovavamo più quello vecchio) e ci mettiamo sulla strada. On the road again. Rigorosamente strada statale. On the road again. Con il Confratello Marco, l’autostrada non è un’opzione. On the road again, appunto. Per arrivare a Grado, prima tappa prevista, ci mettiamo qualcosa come sette ore, ma appena in tempo per assistere allo strano spettacolo della bassa marea che più bassa non si può. La gente passeggia all’asciutto per chilometri, a Grado, quando c’è la bassa marea. E quando è alta, nuotare è comunque un parolone.  La prima tappa ci regala l’incredibile Basilica di Aquileia e un altrettanto meraviglioso Refosco dal Peduncolo Rosso dell’Azienda Agricola Donda.
Seconda tappa, la costa slovena. E qui apriamo e chiudiamo una parentesi: ma perché il mare Adriatico, in Italia, a quell’altezza al massimo può vantare le anguille, e da questa parte invece è bello? e soprattutto… perché nessuno ci ha mai detto che la Slovenia ha chilometri di coste?!
Redipuglia.
Consigliamo Pirano, Izola e la friggitoria del mercato di Capodistria. E Hrastovlje, una chiesina che sembra uscita dal Settimo Sigillo di Bergman, una fortezza interamente affrescata con un’enorme danza macabra. Stesso discorso per Sveta Marija na Škriljinah a Beram/Vermo, in Croazia. Quando arriviamo in centro, in paese, citofoniamo al numero 8. La signora Anna ha le chiavi della chiesetta, e per poche kune ci accompagna e ci racconta lei tutta la storia.
Ovunque andiamo, incontriamo monumenti dedicati al Compagno Tito e ai partigiani che hanno combattuto per liberare la Jugoslavia. Partigiani italiani e slavi, indifferentemente. Ricordati in entrambe le lingue. È che in Italia ci hanno abituato a pensare che dopo la Guerra qui si sia consumata la persecuzione degli Italiani, costretti a un esodo di proporzioni bibliche, ma la situazione, al solito, è più complessa di come ce la raccontano. Diego è cresciuto a Pula/Pola, e già ce l’aveva detto. Ma bisogna vederle, le cose, per capire. Questo posto è un crogiuolo di lingue, culture, nazionalità, come si fa a tracciare un confine o un punto di vista? A Parenzo/Poreč incontriamo la Basilica Eufrasiana e un campeggio da re, a Rovigno/Rovinj una quantità di turisti tedeschi, a Dignano/Vodjan ci lasciamo inquietare da sette mummie e duecentotrentaquattro reliquiari, mentre nei paesi dell’interno i maialetti da latte arrostiscono allo spiedo fuori da ogni ristorante. Il turismo è fiorente, anche se ci dicono che i prezzi non sono più quelli di una volta, appena dopo la Guerra (quella dei Balcani). I naturisti invece si dice risalgano addirittura a Edoardo VIII re di Gran Bretagna e Irlanda, imperatore delle Indie. Quello che ha mollato tutto per la Wallis Simpson, si dice. Beh, si dice anche che con la Wallis si dilettasse a nuotare in queste acque in costume adamitico. E come dargli torto.
Il Teatro Ivan de Zajc.
E… ed è subito sera, e dopo aver grigliato ćevapčići (serbi, non sloveni), ražnjiči, carpe, orate e talvolta addirittura delle verdure (tutto indistintamente condito con ajvar), è subito anche il 31 Agosto.
La riunione al Teatro Nazionale Croato di Fiume.
O meglio, Rijeka.
Con un organico di 350 lavoratori stipendiati, il Teatro Ivan de Zajc (www.hnk-zajc.hr) può contare su un’orchestra, un ensemble di danza, una compagnia di prosa croata e una compagnia di prosa italiana. E tutte le maestranze tecniche e organizzative. E il laboratorio di scenografia e costumi. E il titolo della stagione è “Si garantisce la libertà di pensiero e di espressione”. E la sezione italiana, il Dramma Italiano di Fiume, coproduce il nostro “ESODO pentateuco #2”. E a Febbraio siamo lì.
E c’è pure il mare.

Monday, September 21, 2015

Un'estate a Parigi

di Marco Di Stefano

Questa estate ho lavorato per la prima volta Parigi.Permalink

Ho curato la regia di uno spettacolo - Anti Statu Quo, progetto di YEAP Association - in una delle chiese gotiche più importanti di Parigi: Saint Merry.
Per il racconto di ciò che è stato vi rimando al pezzo che ho scritto per il sito di teatro KLP – Krapp's Last Post.
Lo trovate qui.

Anti Statu Quo - foto di Adriana Buonfantino
Qui invece vi parlo di ciò che succede a livello teatrale durante l'estate parigina. La maggior parte dei teatri è chiusa e quelli aperti hanno una programmazione che definire frivola sarebbe riduttivo. D'altronde basta dare un'occhiata ai cartelloni teatrali affissi un po' dovunque per capire come la città raccolga durante l'anno il meglio e il peggio della produzione francese e non. È inevitabile: a Parigi ci sono un centinaio di teatri, l'offerta è veramente sterminata. Chi propone spettacoli di qualità, d'estate (giustamente) riposa. Peccato. Non escludo che in qualche sala off stesse avvenendo qualcosa di interessante, ma purtroppo non sono riuscito a intercettarlo.
Per fortuna sono riuscito a vedere qualcosa in programma al festival Paris Quartier d'été (http://www.quartierdete.com/). Giunto alla ventiseiesima edizione, il festival propone una ricca selezione di spettacoli all'aperto in luoghi molto suggestivi. La maggior parte degli appuntamenti sono gratuiti e - di conseguenza – frequentatissimi. In particolare vorrei soffermarmi su due lavori: Cavale di Yoann Buorgeois e Remote Paris dei Rimini Protokoll.
Paris Quartier d'été
Vedo Cavale sul sagrato della chiesa di Montmartre, con la città in lontananza a fare da fondale. C'è una folla incredibile. Mi spiegano che Bourgeois è una star per il pubblico parigino: acrobata, giocoliere, danzatore. Mi sento un po' ignorante, visto che non l'ho mai sentito nominare. Sappiate che l'amore che il pubblico nutre per lui è meritatissimo. Cavale è un passo a due delicato, costruito su un tappeto elastico e una scalinata bianca che si affaccia sul vuoto. È una riflessione poetica sulla vita e sulla morte, sul mistero dell'esistenza e la paura dell'ignoto. Bourgeois utilizza il Nouveau Cirque per raccontare la condizione umana tra acrobazie, rimbalzi, cadute e tentativi di risalire quella scalinata che conduce al nulla. Il risultato è veramente notevole e il pubblico ringrazia con lunghi e calorosi applausi. Qui potete gustarvi un promo.
In bilico tra vita e morte è anche Remote Paris, versione parigina del format presentato dai Rimini Protokoll in diverse città europee. Anche Milano ha ospitato il suo Remote Milano, grazie a Zona K. In  questi giorni lo stanno riproponendo: non perdetevelo.
Remote è un esperienza straordinaria che viaggia tra l'intimità data dalle cuffie fornite a ogni “fruitore” e la consapevolezza graduale di appartenere a un branco. Anzi, come viene detto nel lavoro, “un'orda”.
Una camminata di due ore circa attraverso luoghi simbolici della città guidata da una voce artificiale che ci accompagna in ogni momento dandoci istruzioni precise su cosa fare. Di più non mi sento di dire, non voglio rovinarvi la sorpresa.
Paris Quartier d'été è un buon modo per passare l'estate a Parigi tra una birra sul Lungo Senna o una passeggiata nel Marais.
Rimane la curiosità di vivere la città a pieno regime teatrale. Spero di poterlo fare entro la fine dell'anno: dal materiale di Anti Statu Quo nascerà a ottobre una piccola mostra in collaborazione con l'Università di Parigi. La scusa ce l'ho. Non resta che organizzarsi.