Wednesday, May 31, 2017

Di Mantova, sbrisolone, mostarde e tesine di maturità.

di Diego Runko

Ci sono città che uno si vergogna di non aver mai visitato. Specie se poi, una di queste città, si trova a meno di due ore di macchina dal vostro luogo di residenza degli ultimi anni. 
La sbrisolona.
Mantova è, senza dubbio, la regina di queste città. 
Qualunque cosa ne dica un nostro amico attore che ci vive, e che si lamenta del fatto che “a Mantova non accade mai nulla”. Può darsi. In ogni caso, anche se così fosse, credo che a Mantova non accada nulla perché già troppo vi è accaduto in passato. 
Arrivarci in macchina è spettacolare. Percorrete una striscia di terra in mezzo ai suoi laghi godendovi una vista unica della città. Consiglio spassionato, che hanno dato anche a noi, ma a poco è servito perché il navigatore ci ha fatto fare un’altra strada. Belli i tempi in cui si viaggiava con le mappe in mano.
Arriviamo all’Albergo di fronte alla Stazione in tempo utile per organizzarci e partire alla volta del Teatro Spazio Studio Sant’Orsola. Una volta arrivati veniamo accolti da volti sorridenti e da una sbrisolona a testa. È così che iniziano le grandi imprese.
Io rientro in albergo a dormire, reduce dalla trasferta istriana. Marco e Chiara rimangono a teatro a montare. Lo scrivo solo per evidenziare il mio spirito di sacrificio per la Confraternita e i confratelli.
La sera andiamo in scena. Allo spettacolo assistono anche una ventina di ragazzi delle superiori che fanno parte di un progetto di critica teatrale giovanile. Un tentativo concreto di formazione del pubblico. Una delle idee migliori che mi è capitato di vedere in giro per l’Italia negli ultimi anni. Ci facciamo una chiaccherata divertita e commovente con i ragazzi, a cuore aperto e mente ancora calda da quello che hanno appena visto. Adoro queste occasioni di contatto diretto con il pubblico.
Post spettacolo veniamo accompagnati al ristorante Giallo Zucca, uno di quei posti di cui ti innamori appena ci entri. Per il cibo. E per la gentilezza e la simpatia di proprietario e camerieri. Quando chiediamo altro vino ci portano da finire tre o quattro bottiglie di rosso. Insomma, l’idea che uno ha del Paradiso, giusto?
Il secondo giorno di permanenza, e replica, approfittiamo per andare a fare i turisti in giro per la città. Siccome il tempo a disposizione, come sempre, è quello che è, decidiamo di rimandare a un’altra volta la visita di Palazzo Te e ci incamminiamo verso il centro.
Proviamo a chiedere quanto ci vuole a visitare Palazzo Ducale, ma la risposta della bigliettaia ci scoraggia. A questo punto, quando ormai solo i tortelli di zucca e un buon bicchiere di rosso possono dare un senso al soggiorno mantovano, ci avventuriamo in una visita veloce al Palazzo della Ragione, che con i suoi orologi, ci apre un mondo parallelo e affascinante. 
Da lì ci dirigiamo al Teatro Bibiena, uno di quei gioielli dell’arte italiana che non si possono spiegare a parole, bisogna viverli. Basti dirvi che Mozart ci suonò a 14 anni. 
Il Teatro Bibiena.
Prima di tornare a teatro per la replica pomeridiana ci fermiamo a comprare la mostarda (rigorosamente di mandarini e rigorosamente super piccante) e a mangiare i tortelli. E a bere un bicchiere di rosso. Quando vi parlano di training attoriale sappiate che io è questo che intendo.
Se questo post del blog fosse un film a questo punto ci sarebbe una schermata nera con scritto: tre mesi dopo...
Una ragazza mi contatta su Facebook dicendo di aver fatto parte del gruppo di adolescenti che hanno visto ESODO pentateuco #2 a Mantova. Dice che, dopo aver visto lo spettacolo, è stata molto colpita dalla mia storia personale e che ha deciso di scrivere la propria tesina di maturità sul tema del confine. Mi chiede di scriverle un intervento da inserire nella tesina.
Ora, nonostante il tono ironico che ho tenuto spesso in questo post, vi assicuro che nelle prossime frasi sarò profondamente serio. Mi capita tante, tantissime volte, di chiedermi se il mio lavoro di autore e attore teatrale abbia un senso e se serva a qualcosa. Non trovo mai, davvero, una risposta a queste domande. Ma richieste come quella di questa ragazza mi danno conforto. E gioia. E per uno che nella vita di certo non salva vite umane, ma cerca di trasmettere agli altri delle emozioni e qualche spunto su cui riflettere, direi che può bastare. 

Sunday, April 09, 2017

Parigi.

di Chiara Boscaro
La Butte aux Cailles.
Dove si parla di campagne elettorali, di mercati bellissimi, di quartieri dove abitare (avendo i soldi), di prossimi progetti, di teatri con il metal detector, ma soprattutto di come riuscire a non mangiare mai cucina francese in Francia.
Non è vero.
Il bello delle capitali europee, dal punto di vista mangereccio, è che si può onorare ogni pasto in una nazione diversa. Pranzo in Cina, cena in Perù, spuntino in Ghana... ciò che distingue Parigi dalle altre capitali europee sono le boulangeries. Impossibile non vederle, assurdo non essere attratti da quei profumini burrosi, da pazzi sottrarsi alle viennoiseries. Croissant au beurre, pain au chocolat, pain aux raisins, pain suisse. E poi c'è il pane. La baguette, con il suo bel concorso che porta il miglior panettiere a rifornire per un anno le tavole dell'Eliseo. 
A Parigi stiamo solo tre giorni, io e il Confratello Marco Di Stefano, ma l'agenda è fitta. Tra riunioni per nuovi progetti internazionali, caffè e birre con amici parigini e qualche riposino, però, abbiamo ben tre colazioni da festeggiare. 
La notte siamo alloggiati alla Butte aux Cailles, collinetta sulla Rive Gauche che pare più un villaggio di campagna che un quartiere della movida parigina, ma in posizione strategicamente vicina a L’Essentiel, Brun e Huré, ottime boulangeries che risolvono anche il problema del pranzo: il piatto tipico parigino (a detta dei parigini stessi) è la baguette jambon beurre - che non è un nome in codice, è proprio una baguette farcita con burro, formaggio e prosciutto cotto.
La Cartoucherie.
Per la sera, sarà la fortuna a guidarci. Una tappa doverosa alla Cartoucherie per Une chambre en Inde di M.me Mnouchkine ci porta alla scoperta di zuppe indiane al cocco e meravigliose bevande allo zenzero. La ricetta? Grattugiare lo zenzero fresco, farlo bollire in acqua, far raffreddare, aggiungere succo di limone, menta fresca e zucchero di canna. Pare semplice, ma il segreto che non siamo riusciti a svelare sono le quantità. Perché il diavolo sta nei dettagli.
La fortuna ci porta anche alla Chinatown del XIII arrondissement, non al baracchino che offre baguettes ripiene di involtini primavera bensì da Le Bambou, dove ci consigliano il NEM NƯỚNG, piatto di polpette di maiale, vermicelli di riso, verdure e menta fresca da confezionare in fogli di pasta di riso e intingere in una salsina non tracciabile. L’hanno consigliato a noi, e noi lo consigliamo a voi.
Il turismo invece non ci arride. Visitiamo solo Saint-Sulpice, la seconda chiesa della città per grandezza, che con la sua meridiana a obelisco è stata immortalata ne “Il Codice Da Vinci”, e ne apprezziamo molto la cappella completamente affrescata da Delacroix. Tentiamo una puntata al Jardins des Plantes, l’orto botanico (ho il feticcio dei giardini botanici) e manchiamo la primavera di qualche giorno, trovandolo tristemente ancora spoglio. Ci sarebbe parecchio da vedere, tra le serre, la galleria dell’evoluzione, le sculture, gli animali, ma il Flixbus ci aspetta per il ritorno. 
Non prima di un ultimo felafel.

Saturday, March 11, 2017

Roma.

I tramonti ai Fori.
di Chiara Boscaro

Ah, la Città Eterna.
Ah, la Dolce Vita.
Ah, il fontanone.
Ah, i tramonti ai Fori.
Ah, i debutti a Roma.

Per me e Marco Di Stefano questa volta la Capitale è gioioso motivo di gita. È la fine di gennaio, ci sono dieci gradi in più che a Milano, il sole splende e abbiamo ben due giorni per passeggiare tra capolavori della storia dell’arte e trattorie famose in tutto il mondo dello spettacolo nazionale. Il 31 debutta al Teatro de’ Servi Bedda Maki, una commedia che abbiamo scritto insieme e che ha vinto il concorso “Una commedia in cerca di autori” (la regia è di Roberto Marafante, la produzione de La Bilancia). Il Teatro de’ Servi è dietro la Fontana di Trevi proprio come si dice, e noi siamo parecchio curiosi del riscontro del pubblico romano, più avvezzo (pare) alla commedia brillante rispetto agli spettatori milanesi. Per sedare l’ansia da prestazione ci sottoponiamo a un programma serratissimo di attività ludico-ricreative. 
In agenda abbiamo le solite cose del turismo romano:
L’hammam. Da AcquaMadre, con tanto di sapone nero e scrub con la striglia dei cavalli. Ci ritroviamo spellati e rossi come fichi d’india su una bancarella a Bari vecchia.
Il sushi. Di Daruma, compreso nel biglietto per la prima di Bedda Maki.
Il whiskey più buono del mondo. O così ci dicono. Un liquore giapponese effettivamente ottimo che sorseggiamo a caro prezzo in un bar di Campo De’ Fiori.
L’hamburger di ceci con cicoria ripassata e peperoncino da Fonzie The Burger’s House, al ghetto.
E poi esperienze più inusuali come:
Il carciofo fritto. Provato con metodo comparativo Da Francesco e da Sora Margherita.
La pizza romana al Forno di Campo De’ Fiori.
Una passeggiata digestiva sull’Aventino, dalla fermata della metropolitana Piramide su su fino al famoso buco della serratura dei Cavalieri di Malta, e poi Santa Sabina all’Aventino, il Giardino degli Aranci, il roseto di Roma Capitale, e poi giù giù fino al Circo Massimo, la Bocca della Verità, Santa Maria in Cosmedin, i Fori Imperiali e il Campidoglio.
Non riusciamo a entrare a San Luigi dei Francesi, ma solo perché ci passiamo sempre dopo le dieci di sera.
I debutti a Roma.
È una gitarella, niente di più. Ci vorrebbero settimane per esplorare la Capitale, amarla, arrabbiarsi, stupirsi di tutto quel cielo sopra la testa, fare un giro sul Grande Raccordo Anulare, capire la Metro C... ma purtroppo siamo milanesi,e il dovere ci richiama all’ordine. Sarà per un’altra volta.
P.S. Il pubblico romano il Bedda Maki l’ha gradito. Fiuuuu.

Thursday, February 09, 2017

Polistena.

di Marco Pezza

Gennaio 2017: La Confraternita del Chianti giunge per la prima volta in Calabria. Siamo qui per due motivi: tenere un laboratorio su Goldoni e portare in scena La Bottega del Caffè nel piccolo (ma efficiente) comune di Polistena.

Prima ancora di partire il suo nome mi evoca suggestioni da Magna Grecia, con miti e titani, dèi e mostri come Medusa la Gorgone.
Auditorium Comunale di Polistena (RC).
Polistena potrebbe benissimo essere una dea bellissima, punita da Atena per la sua bellezza, e incastonata nelle rocce del massiccio montuoso dell’Aspromonte, altro nome perfetto per una saga tipo “Il signore degli anelli”. Polistena, dalla sua prigione di roccia, canta le sue pene d’amore per il suo amato Antidoto, altro nome che apre a un altro immaginario ancora, figlio del vento e della spuma di mare. Polistena e Antidoto si amano ma non possono incontrarsi perché lui, in base alla sua contraddittoria natura, è il veleno per la sua amata che lo brama e lo piange come causa e cura del suo stesso mal d’amore. Solo il vento porta a Polistena le parole di Antidoto, ma nulla più. Polistena non è sul mare e il loro incontro resta per sempre impossibile, finché Zeus, commosso da tanto patire, concede loro di congiungersi solo quando la terra si squarcia e il terremoto fa distrarre Atena dalla sua gelosia. 
Questo mi sono immaginato riguardo al nome del posto in cui siamo approdati.
Ho poi letto qualcosa su Polistena e tra i cenni storici sono riportati quattro terremoti: quello disastroso del 1783, del 1894, del 1905 e l’ultimo del 1908 quello di Reggio Calabria e Messina. È stato come se la realtà -la natura- avesse suffragato la mia immaginazione e quasi mi sono sentito in colpa.

Il monumento all'emigrante.
All'atterraggio ci aspetta Andrea Naso di Dracma Teatro, di cui vi parlerò fra poco. La cosa che subito mi colpisce è l’odore di camino, dall’aeroporto di Lamezia Terme fino a Polistena, l’aria è intrisa di legna arsa, rami e ceppi bruciati per scaldare e per cucinare. Non aggiungo altro ma da buon nordico milanese, con una scarsa conoscenza del bellissimo meridione italiano, tutto mi aspettavo tranne che la Calabria ci desse il benvenuto con l’odore di camino.

Chi ci ospita e coccola è compagnia Dracma, centro sperimentale di arti sceniche che produce spettacoli, organizza stagioni e festival, gestisce residenze artistiche, forma pubblico, concorre per bandi e progetti di grande interesse sociale e culturale, insomma una realtà combattiva e fiera sostenuta da un comune virtuoso che ai miei occhi si distingue come un’oasi felice in una regione problematica come la Calabria.

La tipica ospitalità calabrese non tarda a manifestarsi e dopo aver messo i bagagli in stanza, veniamo condotti da Tirovino, ristorante elegante e con staff cortese e premuroso, dove veniamo rimpinzati con antipasti caldi e freddi, piccanti e dolci, primi e secondi di mare e monti, vino, caffè e amari. Una valanga di sapori! Ok, ora so cosa dire sull’ospitalità calabrese. Pancia piena e tutti a nanna.

Il venerdì si fa la generale, con due o tre filate per la memoria, e poi alle 21:45 “chi è di scena!”. La replica scorre via liscia, come un meccanismo rodato e ben oliato. Tra l’altro Giulia Versari, nostra attrice-neomamma, torna a calcare le scene, dopo la maternità, nella sua terra d’origine (materna). Oltre al pubblico del posto, c’è anche un nutrito gruppo di spettatori di Galatro, paese della nostra Giulia che, nel doppio ruolo di Lisaura/Placida, ci regala una performance davvero sentita e coinvolgente. Tanti applausi, tanti complimenti e tante coccole. 
“Che si fa?” “Si va a mangiare!” 
Questa volta tocca a La Cantina dell’Orologio, dove ci fanno assaggiare la “stroncatura” - ottimi spaghettoni conditi con capperi, olive, olio, aglio, acciuga, peperoncino e mollica - e l’unica vera porchetta di Ariccia. “Non voglio andare a dormire”, “Ne vorrei ancora” “Domani ci dobbiamo alzare” “Un giro di amari e via, che ne dite?”

Il giorno dopo c’è la sveglia infame e assassina per la matinée scolastica delle 9:30... Il sacrificio è ripagato dal calore e dalla partecipazione dei ragazzi, perfetto epilogo per questa piccola e preziosa avventura. La loro standing-ovation ci ripaga di tutte le fatiche affrontate per creare la nostra La bottega del caffè.
Applausi!
Grazie ragazzi! Grazie Polistena! Grazie Compagnia Dracma!

Rubo le parole del regista e autore della nostra compagnia, Marco Di Stefano, che sono perfette per l’occasione: 
“Chi ci accoglie è la Compagnia Dracma nella residenza del Bello perduto, (a quanto pare qui i nomi e le formule evocative sono la norma, lo aggiungo io), per un laboratorio su Goldoni e due repliche della nostra La Bottega del Caffè prodotta dal Teatro della Cooperativa. Sono stati giorni bellissimi dal punto di vista artistico e umano grazie alla serietà e all'impegno di Andrea Naso, Mariella Iannello, Giovanna Surace, Rossella Romeo, Giuseppe Mangeruga e Alessandro Trimarchi. Grazie anche ai ragazzi che hanno seguito il laboratorio con entusiasmo e soprattutto pazienza per le mie digressioni in calabrese inventato. Seguite il lavoro di questa bellissima residenza, ne vale la pena.”

Alle 19:00 di sabato sono di nuovo a Linate. 
Niente odor di camino, solo pm10 e un po' di scighera.
Per tutto il resto, ci si aggiorna al prossimo viaggio.

Monday, January 02, 2017

Scrittori Scritture e Esodo in Castello.

di Diego Runko

Scrittori e scritture in Castello.
Qui si narra di una grande idea, di un’eccellente organizzazione e di una realizzazione molto molto ben riuscita.
Leggenda vuole (leggo dal loro sito) che nel 2012 Alessandro Di Pauli e Anna Gubiani, due autori friulani formatisi rispettivamente in Spagna e Germania, decidano di dare vita a un progetto di nome Mateârium, un laboratorio permanente di drammaturgia nella loro terra d’origine.
Fin qui nulla di cui stupirsi. O forse tutto. 
Considerando che la loro terra d’origine è terra friulana, orgogliosa e concreta, più abituata a cose pratiche che a idee apparentemente astratte.
A seguire, il colpo di genio. 
La creazione del Numero Verde Drammaturgia, una sorta di pronto soccorso per autori nel pieno del dramma. Il telefono azzurro degli autori. 
Applausi a scena aperta. 
Dicevamo, Alessandro e Anna creano Mateârium e, grazie al sostegno organizzativo di collaboratori e amici d’infanzia dell’Associazione Servi di Scena, danno vita alla Rassegna di drammaturgia contemporanea Scrittori e scritture in Castello.
Il Castello in questione è quello di Ragogna, che forse non avrà il pregio di essere del tutto antico, ma di certo domina il paesaggio circostante con una certa spettacolarità.
Giulia Tollis, autrice di queste terre, collaboratirice di Mateârium e da anni ormai amica “milanese”, è la nostra porta d’accesso per qualche giorno in questo paradiso.
Il Castello di Ragogna.
In pausa pranzo i ragazzi ci offrono prosciutto San Daniele, formaggi e vino in cima alle mura. 
Standing ovation. 
Il pomeriggio e il giorno dopo, con una vista sul Tagliamento che toglie il fiato, Marco e Chiara tengono un laboratorio di drammaturgia. Gli allievi sono numerosi e di tutte le età.
Io passo il tempo a rilassarmi e tenere allenata la memoria. La sera andiamo in scena con ESODO pentateuco #2 in una cornice unica. 
Il pubblico è vicino e respira insieme a me. 
La sera andiamo a mangiare. Di per sé basterebbe questo per essere felici. Se poi ci aggiungete che mangiamo cibo bavarese in una cornice bavarese bevendo birra bavarese direi che ho già detto troppo. 
Estasi.
Un po' di bibliografia.
Il giorno dopo il mitico Davide Passera, prima di accompagnarmi in stazione a Udine per il rientro mi porta in uno dei prosciuttifici migliori di San Daniele.
Rimango impressionato da una via intera costeggiata di prosciuttifici. Uno di fianco all’altro. Per chilometri. Salgo sul treno con la borsa piena di San Daniele stagionato, Montasio e trota affumicata. 
Sipario.
Applausi.


(Riapro uno spiraglio di sipario solo per segnalarvi che Alessandro Di Pauli è anche uno degli inventori di Felici ma Furlans
Se non sapete cos'è, scopritelo.)

Tuesday, December 20, 2016

A Trento trotterellando

di Diego Runko

Due anni fa a Trento ci eravamo andati a dicembre. 
Sempre al Teatro Portland.
Sempre a trovare il nostro amico Andrea Brunello, direttore del teatro e artista instancabile, promotore negli ultimi anni di uno dei connubi più interessanti delle scene contemporanee: quello fra teatro e scienza. Se nulla sapete di Andrea e del suo lavoro, vedete di provvedere googlando il suo nome e vi si aprirà un mondo.
Il Teatro Portland di Trento.
A dicembre, due anni fa, a Trento ci eravamo trovati benissimo. Anche perché, onestamente, in un posto dove lo stinco e i mercatini di Natale la fanno da padroni, l’anima maschile e l'anima femminile della Confraternita trovano la soddisfazione e la pace perpetue.
Due anni fa avevamo avevamo 
portato in scena Non voltarti indietro, lo spettacolo scelto quest’anno per il Premio Pradella dell’Accademia e del Teatro dei Filodrammatici di Milano. 
Quest’anno tocca a noi l’onore di aprire la stagione con ESODO pentateuco #2, fresco vincitore di premi estivi importanti. 
Trento e premi per la Confraternita sembrano un buon connubio.
Veniamo accolti da un bellissimo articolo di presentazione dello spettacolo sul giornale locale, cosa che non può che metterci di buon umore. 
In generale l’attenzione per la programmazione artistica, anche degli altri teatri della città e della zona, ci sembra in costante crescita. C’è anche un progetto editoriale nuovo nuovo, si chiama VIVO – per un teatro del presente.
Marco e Chiara hanno approfittato della trasferta in terra trentina per portarsi avanti col lavoro e sono arrivati già ieri. In realtà sono arrivati un giorno prima solo per cenare alla mitica Antica Birreria Pedavena. Cosa che non gli perdonerò mai. 
L'Antica Birreria Pedavena di Trento.
A voi, cari lettori, non posso che consigliarlo. Elencare le pietanze e le birre sarebbe per me, in questo momento, oltremodo doloroso, ma se siete in città un salto fatecelo.
Stasera il pubblico è caloroso e numeroso. Senza ombra di dubbio il Teatro Portland rimane per noi un luogo dell’anima. Anche per il fatto che post spettacolo Andrea e lo staff hanno l’abitudine (che personalmente imporrei per legge in tutti i teatri italiani) di offrire un bicchiere di vino e qualche stuzzichino ad artisti e spettatori.
La tappa delle ore piccole è la pizzeria Al Vesuvio. Personale cordiale e menù all’altezza delle aspettative, anche non di sole pizze. E rimane aperto fino alle 2 del mattino.
Ma domani si riparte presto. Dormiamo (poco) in un appartamento bellissimo, a prezzi più che modici, scovato da Marco su Airbnb, altro sito che vale la pena conoscere.

Tuesday, December 06, 2016

Niguarda.

di Chiara Boscaro

ph. Federica Lissoni
Quando si arriva a Niguarda col tram 4, lasciato indietro l’ospedale e un lembo di Parco Nord, la prima cosa che colpisce lo sguardo è l’immenso murale di Niguarda Antifascista. È stato più volte vandalizzato, ma sempre torna lindo e fermo a dichiarare l’anima del quartiere. 
Sin a partire dalle sue mura. 
È come una fortezza medievale, Niguarda, così raccolta attorno alla direttrice di Via Ornato. Il tram penetra guardingo tra due ali di case basse con quell’aria di vecchia Milano vera, e non ricostruita ad hoc con una app per cellulari. 
Niguarda è così. Un quartiere di gente che lavorava nelle fabbriche di Sesto San Giovanni e della Bicocca. Decine sono le associazioni e i circoli culturali, molti i gruppi informali di cittadini. E noi fino all’11 dicembre siamo in scena proprio qui, al Teatro della Cooperativa (via Hermada 8), fondato grazie al sostegno della Cooperativa Abitare alla fine del 2001 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti – già collaboratore del Piccolo Teatro con Giorgio Strehler e del Teatro dell’Elfo di Milano – vincitore del Premio I.D.I., Premio Vallecorsi, Premio Riccione per il teatro, Premio Gassman, Premio Enriquez, Ambrogino d’Oro. 
ph. Federica Lissoni
Lo spettacolo che ci porta in questo quartiere è La Bottega del Caffè, un classico goldoniano che abbiamo tagliato e riscritto completamente, ma che non cade troppo lontano dagli intenti di zio Carlo. Almeno, questo crediamo noi. In scena, la Confraternita al gran completo, con Valeria Sara Costantin nella parte di Vittoria, Marco Pezza in quella del Conte Leandro, Diego Runko nei panni del caffettiere Ridolfo, Giovanni Gioia in versione Don Marzio e la guest star Valentina Scuderi chiamata a sostituire la neomamma Giulia Versari nel doppio ruolo di Lisaura e Placida. Lo spettacolo è una commedia degli equivoci spassosa e dissacrante che  coinvolge il pubblico molto da vicino e che, come dice Michele Weiss su La Stampa, ha il merito di “Aver attualizzato le dinamiche settecentesce in un'epoca che assomiglia al 99% alla nostra ma che non lo è fino in fondo - evitando così il peccato (mortale) di sociologizzare la pièce. Il resto lo fanno la freschezza e l'affiatamento degli attori ben diretti dalla regia di Marco Di Stefano che sfrutta i limiti della messa in scena [...] per deflagrare in mezzo al pubblico, ricreando così la famosa piazza con bottega del caffè e annesso barbiere in cui si tiene la vicenda."
Beh? Che aspettate?

E se prima o dopo lo spettacolo volete farvi un giro per il quartiere, ecco qualche dritta:
Per un aperitivo
Moe’s – Via Paolo Rotta
ph. Federica Lissoni
Per una buona birra e un panino dalle 19.30 alle 02.00 (03.00 il venerdì e il sabato)
Scott Joplin – via val di ledro 11
Per una pizza
Il Gatto e la Volpe - Via Paulucci di Calboli Fulcieri 4
Infine un’occhiata (e anche più d’una) merita Villa Clerici (via Giovanni Terruggia 8), il suo giardino e la GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei.

Thursday, November 10, 2016

Torino.

di Chiara Boscaro

Domenica.
Torino
Torino è praticamente a due passi da casa, ma ci sono sempre passata così, solo di passaggio. Torino ha qualcosa di regale, è stata una capitale, ha chilometri di portici e bar con boiseries dorate che a Milano non riusciamo neanche a immaginare, non fa proprio per noi. A Torino sono venuta in gita in prima media a vedere il Museo Egizio, e poi boh. Sì, mi sono fermata un paio di volte in Stazione a Porta Susa, ma giusto per aspettare la coincidenza di un treno. Le primissime considerazioni empiriche sulla città mi portano a dire che fa più freddo, il Po non si vede e le montagne sembrano più vicine. E c’è una fila lunghissima fuori dal Museo Egizio. L’hanno ristrutturato, ampliato, ripensato, non possiamo mancare. Ma c’è la fila. Lunghissima. E piove. E lasciare l’ombrello al guardaroba è obbligatorio e a pagamento. E a tutti tutti tutti danno una rumorosissima audioguida che io non riesco neanche ad usare. E poi anche chissenefrega, ci sono le mummie, è una figata. 

Lunedì.
Arte Transitiva - Stalker Teatro
Ci risvegliamo in un sottotetto pensato per gli amori clandestini. 
Un lettone, il soffitto basso che tanto in piedi non ci devi stare, una macchinetta del caffè, candele candele candele. Dal lucernario scrutiamo i comignoli della città. E comunque il Po non si vede. 
Oggi la scaletta dell’Incontro Nazionale delle Residenze Artistiche prevede una gita negli spazi - incredibili e tutti sotto una chiesa - di Stalker Teatro, poi convegno e cena alla Lavanderia a Vapore, spazio residenziale e di spettacolo dedicato alla danza e gestito da Piemonte dal Vivo.
Si parla di esperienze di residenza virtuose in Italia e all’estero, si parla di relazioni con i territori e di tutela del percorso di ricerca degli artisti. Ma soprattutto si pasteggia a battuta di fassone.

Martedì.
Colazione da Venier, in Via Monte di Pietà 22. I croissants al cioccolato sono lussuriosi, i cappuccini di soia hanno una schiuma morbida e le boisereies incorniciano cioccolatini e biscotti su cui vorremmo soffermarci, se non fossimo già in ritardo. 
Il Teatro Carignano
Ci aspettano al Teatro Carignano per le buone pratiche (e le buone idee) europee, le reti, i bandi, i progetti, le direttive nazionali e le testimonianze di artisti e curatori.
Dentro la scenografia di uno spettacolo. Con un teatro meraviglioso intorno. 
È difficile rimanere concentrati oggi, c’è oro dappertutto. Il pomeriggio ci spostiamo al Circolo dei Lettori
Ieri sera la fila era qui, per Don De Lillo. E più tardi c’è un incontro con Guido Crainz, il mio storico preferito di sempre: voglio trasferirmici immediatamente.
Il pranzo non può che ospitarlo la Taberna Libraria in via Bovino. Lì accanto per i gattari c'è Neko Cat, ma da allergica me ne tengo alla larga.
Ah, il Po continua a nascondersi.

Saturday, October 08, 2016

Materia Oscura

«È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90% [della materia] dell'Universo.»
Bruce H. Margon, astrofisico all’Università di Seattle.

Materia Oscura è un’ossessione.
Materia Oscura è un problema.
Materia Oscura è una ricerca.
Materia Oscura è una vertigine.
La materia oscura è un’ipotesi, la speranza che l’universo come lo conosciamo sia pieno di qualcosa che non vediamo, ma che fa sì che l’universo abbia questa forma e questa età.
È il tentativo positivista dell'Uomo di disegnare l'universo a propria immagine e somiglianza. La materia oscura non emette radiazione elettromagnetica, non riflette la luce, non reagisce agli stimoli. La immaginiamo solo in base agli effetti gravitazionali che potrebbe esercitare sulla materia visibile. La materia oscura è ciò che vorremmo ci fosse e che non sappiamo se c’è.
E se c’è e poi ci fa male?
Materia Oscura è un progetto di ricerca drammaturgica, una speranza di incontro e condivisione tra autori teatrali che vogliano confrontarsi con la materia oscura del presente - con i suoi aspetti nascosti, o non detti, o che si preferisce solo ipotizzare -  a partire dal titolo della Stagione 2016/17 di Teatro I: “SENZ'ALTRO CONTESTO”.
Materia Oscura è un percorso che si avvarrà della partecipazione di esperti afferenti al mondo della società, dei media, dell'arte, della scienza, della filosofia. Materia Oscura sarà aperto al pubblico. Sempre. Materia Oscura potrebbe avere un esito finale, anche se al momento ci è sconosciuto. È una materia informe, indefinibile, invisibile.

E se poi ci fa male? E se poi non è teatro? E se poi non è testo? E se poi non siamo noi?


Materia Oscura - esperimenti di Drammaturgia Contemporanea
Francesca Garolla (Teatro I), Chiara Boscaro e Marco Di Stefano (La Confraternita del Chianti) da Gennaio 2017 coordineranno a Milano un gruppo di autori nel tentativo di realizzare un'indagine condivisa sui temi della stagione 2016/17 di Teatro I. Un focus per cui la drammaturgia non sarà solo scrittura ma riflessione.

p.s. Lo sappiamo che qui non si parla di turismo, né di bettole, né di tournée. Ma vi promettiamo solennemente una ricognizione delle osterie in zona Ticinese!

Thursday, September 29, 2016

Pessano con Bornago

di Chiara Boscaro


Dopo le capitali europee e i luoghi di villeggiatura, un posto che abbiamo imparato a chiamare casa. Pessano con Bornago, 9000 anime a qualche chilometro da Milano, in fondo al serpentone della linea verde della metropolitana, tra campi e acque e cascine e la Fondazione Don Gnocchi. A Pessano con Bornago, da un anno e mezzo, c’è qualcosa di nuovo. Quel qualcosa siamo noi, che abbiamo avuto in affidamento una meravigliosa ex-filanda per farne uno spazio teatrale, una residenza artistica riconosciuta da Regione Lombardia e Mibact, un luogo pieno di luce, con grandi vetrate ad arco, da restituire alla comunità attraverso spettacoli, concerti, laboratori, feste per grandi e piccoli. Sabato 1 ottobre a Manifattura K. (questo è il suo nome) presenteremo la seconda stagione teatrale curata da Associazione K. e in particolare dalla sottoscritta e dal Confratello Marco Di Stefano. 

Ma il post non è destinato a svelare i grandi nomi in cartellone, né a raccontarvi perché, dopo le "Radici" e gli "Innesti" di agraria memoria, abbiamo deciso di dedicare questa stagione ai "Germogli" che stanno crescendo nella ex-filanda. 
Noi lo sappiamo cosa vi interessa, vi abbiamo abituati bene. E sì, anche a Pessano con Bornago abbiamo trovato il modo di soddisfare il difficile palato del Confratello Marco (e il vostro, di conseguenza). Siete pronti a scoprire i suoi segreti?
Cominciamo con la Trattoria del Pich, cucina a km 0 con menù calmierato a pranzo (la sera aprono su richiesta). C’è Fulvio con gelati pensati anche per celiaci e allergici vari (e qui quella felice sono io) ma soprattutto il cioccolato fondente. IL CIOCCOLATO FONDENTE. IL CIOCCOLATO FONDENTE. E, se non si fosse capito, IL CIOCCOLATO FONDENTE. Ottimi e ricercati sono anche i prodotti del Panificio Bertelli, dove il pane lo fanno con l'amore e i semi antichi. 

Pessano con Bornago, come si può dedurre dal nome, è il felice frutto dell’unione di due paesi, ma a caratterizzarlo tuttora è l'anima duplice. Duplici sono i forni, le chiese, le gelaterie, i market, le cartolerie… mentre tanti tanti e inspiegabilmente diffusi (per noi) sono i parrucchieri. 
Da consigliare è una passeggiata per Bornago, tra le chiese, la Latteria, la Villa e il Parco Prinetti. E, se si dispone di una bicicletta, c’è il Parco del Molgora. 
Due appuntamenti che durante l’anno richiamano parecchi curiosi sono la Fiera di Santa Apollonia, all'inizio di febbraio, e Cascinando (a settembre) un weekend alla Cascina Bosco con bambini, animali, cose buone da mangiare, musica e spettacoli. 
E poi, ovviamente, c’è Manifattura K. 
Vi aspettiamo sabato sera! La bella stagione sta per cominciare!

Info: 
www.manifatturak.it
info@manifatturak.it 
3283611642

Come raggiungerci:
Siamo a Pessano con Bornago (Mi) in Piazza della Resistenza.
E abbiamo pure il parcheggio.



Wednesday, September 14, 2016

Compiti delle vacanze. Museo Cervi

di Diego Runko

Prologo 
Il 18 novembre 2015 al Teatro Verdi di Milano, in coproduzione con il Dramma Italiano di Fiume - Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc, debutta il secondo spettacolo del nostro Progetto PentateucoEsodo – che tratta dell’esodo degli italiani dall’Istria dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella sera tra il pubblico c’è anche Damiano Pignedoli, critico attento e curioso del nostro lavoro e amico ormai storico della Confraternita che, durante il solito post spettacolo gioviale, e soprattutto conviviale, tra la seconda e la terza birra ci dice: “Questo spettacolo dovete mandarlo al Cervi!”.

Prefazione
Il “Cervi” altro non è che il famoso Premio che, giunto ormai alla quindicesima edizione, assegna a diverse compagnie sostegni economici che, di questi tempi, come sappiamo, sono fondamentali. 
Il Premio si svolge presso il Museo Cervi, nel cortile della casa colonica abitata dai sette fratelli Cervi - Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore – fucilati il 28 dicembre 1943 dai fascisti.
Il Festival.
Se volete saperne di più, leggete il libro di Alcide Cervi: “I miei sette figli”, oppure quello di Adelmo Cervi: “Io che conosco il tuo cuore”, oppure vedetevi il film “I sette fratelli Cervi” di Gianni Puccini oppure ancora ascoltate la canzone “La pianura dei sette fratelli” dei Gang o “Sette fratelli” dei Mercanti di Liquore e Marco Paolini.

Capitolo Iniziale
Dopo una breve dissertazione di compagnia del tipo: “Lo mando io o lo mandi tu?”, tocca a me spedire il plico contenente il materiale del nostro spettacolo per candidarci al XV Festival Teatrale di Resistenza – Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria.
Da bando risulta che verranno selezionati 7 spettacoli per la rassegna.
Questi sette spettacoli verranno presentati tutti presso il Museo Cervi e una giuria di esperti premierà poi lo spettacolo vincitore.
Più di così, per ora, non possiamo fare.

Capitolo della prima chiamata
Siamo ormai a maggio. Io sto finendo di rendere la vita complicata a Giulia che si sta occupando dell’organizzazione del nostro matrimonio, da svolgersi a giugno, quando, una mattina, subito dopo essermi svegliato, ricevo una telefonata.
La responsabile del progetto per l’Istituto Cervi ci informa che siamo stati selezionati per la rassegna.
Faccio sette salti mortali metaforici di entusiasmo mentre sono al telefono e le rispondo che a breve le comunicheremo la data in cui siamo disponibili per lo spettacolo.
Chiamo Marco e Chiara per comunicargli quanto appreso, saltelliamo metaforicamente in preda all’entusiasmo per qualche minuto e poi scegliamo la data dello spettacolo: 14 luglio.
La presa della Bastiglia.
Che sia di buon auspicio.

Capitolo del 14 luglio
Io, Marco e Chiara carichiamo la macchina con la scenografia dello spettacolo e partiamo per Parma.
No, non abbiamo sbagliato strada.
A Parma ci raggiunge Giulia, consorella incinta al settimo mese nonché, ormai, mia moglie e partiamo per Gattatico, paese ove ha sede il Museo.
Arriviamo con agio, montiamo, parliamo e conosciamo gli organizzatori.
Abbiamo anche tempo di visitare il Museo. Bellissimo e commovente. Un pezzo di Storia, quella con la S maiuscola, che ti accoglie suscitando un’emozione unica.
La Pastasciutta Antifascista.
Mi permetto di consigliarvi il bellissimo filmato sui fratelli che si può vedere al primo piano della casa. Sia per il filmato, sia per la sala dove viene proiettato, sia per il modo in cui viene proiettato. Non ve lo dimenticherete.
21:15. 
Salgo sul palco e inizio a raccontare la storia di Rudi. Da Rudi.
Di quella sera ricordo la brezza mentre recito sul palco all’aperto, il sold out del pubblico che presto si trasforma in overbooking e vengono aggiunte delle sedie, le facce delle persone che piangono e ridono insieme a me, Rudi, Jakov, Winston, Don Zeljko e Gildo (i personaggi dello spettacolo), l’entusiasmo dei confratelli da sotto il palco e sul tavolo della regia (nel frattempo ci ha raggiunti anche il confratello Marco Pezza), la sensazione strana e unica che, seppure nella pancia della mamma, mia figlia stia assistendo per la prima volta a un mio spettacolo.
E ricordo l’applauso e il calore del pubblico alla fine.
Di quella sera ricordo anche un aneddoto. Prima dello spettacolo mi avvicina un signore e si presenta. E’ Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli. Adelmo mi chiede una sigaretta vedendo che ho un pacchetto in mano ma gli dico che mi servono per lo spettacolo. Subito dopo commenta la frase con cui inizia lo spettacolo tratta dall’Esodo biblico: “... a me non mi piacciono mica gli spettacoli sulla religione, ma rimango, tranquillo che rimango, io me li vedo tutti...”
Alla fine dello spettacolo Adelmo è la prima persona a corrermi incontro quando scendo dal palco. Appena lo vedo gli porgo la sigaretta. 
Più tardi mi regalerà il libro che ha scritto con un giornalista: “Io che conosco il tuo cuore”, con questa dedica: “Al Compagno Diego. Grazie per il tuo spettacolo a casa Cervi. Adelmo”.
Qualsiasi parola sarebbe di troppo. Sono felice.


Capitolo della seconda chiamata
E’ il giorno che segue l’andata in scena dell’ultimo spettacolo della rassegna. 
Oggi dovrebbero chiamare per comunicare chi ha vinto.
Ci chiamano.
Abbiamo vinto.

Capitolo della Pastasciutta Antifascista
Siamo seduti insieme a migliaia di persone sulla panche dietro a casa Cervi.
Siamo seduti a mangiare gnocco fritto, salumi, formaggi e a bere birra. 
La pastasciutta al ragù la servono dopo.
Beviamo birra.
Poco dopo ci invitano sul palco per annunciare, davanti a migliaia di persone, che abbiamo vinto il primo premio.
Damiano, Chiara, Marco, Diego.
E’ la nostra Woodstock. In un posto più importante, più bello e più emozionante di Woodstock.
Marco chiude il cerchio dal palco ringraziando Damiano per averci detto di partecipare.
E’ vero. 
L’importante è partecipare.
Ma anche vincere ha il suo fascino.

Capitolo finale
Non ci sarà. Noi alla Pastasciutta Antifascista ci torniamo. 
Un posto che ti ricorda i valori in cui credi vale molto di più di un premio.